Una volta che riuscite a svincolarvi attraverso il traffico indisciplinato, i clacson, la gente del posto che grida in dialetto;  attraverso vicoli decorati con bucato bagnato, filanti giarrettiere di pizzo nero in mostra nelle vetrine dei negozi, santuari alla Madonna con neon,  fiori di plastica blu piazzati in bella mostra sui muri dei palazzi, le chiese decorate con teschi scolpiti, le donne che indossano magliette aderenti e tacchi a spillo, gli immigrati che vendono borse di imitazione, adolescenti  senza elmetto su motorini in corsa nella direzione sbagliata per le scivolose strade a senso unico, e ovunque l’odore di caffè forte, pasta fritta,vongole fresche e la brezza che soffia dal mare – è subito chiaro che due forze primordiali governano il magnifico caos di questa città: la vita e la morte.

quartieri spagnoli

Forse è la sua posizione, situata su quella vasta baia che si affaccia sul perfetto film-set: con Capri e la sua cugina piu` povera, Ischia, e il vulcano attivo più famigerato del mondo alle spalle della città: il Vesuvio – inevitabile memento mori. O forse è la storia della colonizzazione – prima dai greci, poi i romani, i normanni e dopo di loro i francesi e gli spagnoli, e più tardi anche gli italiani o la presenza persistente di criminalità organizzata. Ma questa è una città che ha visto tutto, ed è sopravvissuta a tutto, e, se si ha la pazienza di esplorarla, vi conquistera` e non vi lascerà più andare. La sua magia può essere potente. Più elegante, più sobria di Firenze o della vanagloriosa Roma, con la sua perfetta bellezza in rovina, e ancor più di ultraterrena di Venezia, direi che è la terrena, squallida e alquanto minacciosa Napoli,  che è una delle città più romantiche del mondo. Ho visto la prima volta Napoli anni fà, quando stavo lavorando come baby sitter a Roma. Era inverno ed il famoso mercatino di Natale della città era in pieno svolgimento. Ero in viaggio con un gruppo di studiosi e archeologi. Ci hanno portato a visitare ogni chiesa in città, ora l’una si confonde con quella successiva, e non ricordo molto, oltre ad essere avvertiti di tenere strette le nostre borse. (Sempre un buon consiglio. A Napoli, criminalità di strada è veloce e reale.)

Sono tornata l’estate  successiva ed ho alloggiato nel quartiere verdeggiante del Vomero. Napoli è stata un tempo punto di sosta per Grand Tour: “Vedi Napoli e poi muori” è stato il motto del XIX secolo, anche se la Daisy Miller di Henry James non non è andata oltre Roma. Nella mia stanza d’albergo, una finestra aveva una vista mozzafiato sulla baia sottostante, con le navi che scivolano lentamente nel porto sotto il sole estivo, e l’altra si apriva su una collina che dominava sopra di me. Affascinata da un miscuglio seducente di spazi clautrofobici ed orizzonti aperti, ho giurato che sarei tornata a Napoli. E così ho fatto. Negli anni che ho vissuto a Roma, ogni volta che volevo scappare da quella città paludosa, con la sua oppressiva stanchezza del mondo,  la sua perenne capacità di sedurre, ma mai di sorprendere, mi sono diretta a Napoli – e continuo a farlo – una scarica di adrenalina infallibile, uno schiaffo in faccia, uno stato semifallito, solo ad un’ora di treno verso sud.

A volte mi siedo ad un caffè in Piazza Dante, per un espresso perfetto o un “caffèshekerato”, un mix di caffè, ghiaccio e zucchero mischiato in una crema densa e piena di tanta caffeina e zucchero, che fa palpitare la parte posteriore della vostra testa. Cosi poi mi calmo girovagando per le librerie di seconda mano che costeggiano la strada, giù per Piazza Bellini, dal nome del maestro di musica romantica napoletana,  per arrivare nel cuore antico della città, “Spaccanapoli”, dalla parola italiana “spaccare”. L’antica strada che taglia in due la città vecchia, primo insediamento dei Greci. (La strada è ormai in gran parte denominata San Biagio dei Librai.) La zona è ora un labirinto di squallidi vicoli, chiese, pizzerie e negozi dei famosi presepi di Napoli che raffigurano innumerevoli Sacre Famiglie, ma anche piccoli lavoratori di argilla intenti ai loro mestieri: il panettiere che mette le piccole pagnotte nel forno, il pescivendolo con pesciolini d’argento – così come statuette di stelle del calcio e dei politici, talvolta inghiottiti dalle fiamme rosse dell’inferno.

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Nel profondo  di Spaccanapoli si trova una delle grandi meraviglie di Napoli:  le “Sette opere della misericordia” di Caravaggio, sicuramente uno dei dipinti più strani e mozzafiato in tutta la storia dell’arte, uno strano tableau chiaroscuro, che unisce un vecchio uomo che allatta al seno di una donna, un paio di piedi sporchi disincarnati, uomini in armatura che lottano nella penombra, e sopra di loro una madre con un bambino e due angeli, due ragazzi napoletani in realtà, che si aggrappano l’uno all’altro mentre cadono in uno strano e tenero abbraccio. Il dipinto insondabile è nascosto nella piccola chiesa del Pio Monte della Misericordia, all’interno di un palazzo così modesto e sporco di smog, che un visitatore inconsapevole potrebbe passare oltre senza notarlo.

Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia

 Al contrario, l’altra grande opera della città di Caravaggio, la “Flagellazione”,è al Museo di Capodimonte, ed è in mostra con tutto il dramma. Posta suggestivamente alla fine di un lungo corridoio, cattura il momento precedente a quello in cui tormentatori di Gesù infliggono il colpo fatale. Ogni volta che ho visitato il museo di Capodimonte, una volta casa di caccia dei sovrani borbonici di Napoli e oggi uno dei più bei musei del mondo, è quasi vuoto, segno che questa città rimane piuttosto un gusto acquisito, non del tutto scoperto.

Caravaggio_-_La_Flagellazione_di_Cristo

I turisti che arrivano, molti dei quali sbarcano solo per poche ore da navi da crociera, tendono a optare per il Museo Archeologico di Napoli, con le sue vaste sale di statue antiche e affreschi di Pompei, belli come il giorno in cui sono stati dipinti. (Non stupitevi se molte stanze sono chiuse, il museo dice che mancano i finanziamenti per le guardie.) Qui, è possibile vedere il Gabinetto Segreto dell’antica arte erotica, raccolto dalla famiglia aristocratica Farnese e tenuto nascosto alla vista del pubblico per secoli. Ci sono piccoli uomini di bronzo con falli giganti,  immagini di coppie in flagrante, etc. Alcuni articoli sono stati collezionati da un cardinale della famiglia Borgia con gusti interessanti, ma la maggior parte sono stati scoperti a Pompei e la vicina Ercolano, portando moralisti cristiani a credere che quelle città sono state distrutte dal vulcano, come punizione divina per loro lussuria.

Molte correnti di pensiero sono emerse da Napoli nel corso dei secoli.  Il moralismo non è mai stata una di loro. Una perfetta giornata di primavera pochi anni fà, alcuni amici miei ed io abbiamo preso la funicolare per l’ex convento di San Martino, situato in alto sopra la città. Dal giardino, si gode una vista mozzafiato della baia –  case dilapidate e molto vicine l’una all’altra, antenne satellitari, le guglie delle chiese con piante che spuntano dalle loro cupole, il porto industriale e, in lontananza, il Vesuvio. Il cortile centrale di San Martino, un po trasandato e con alberi da frutta, è decorato con teschi avvenenti. Le sue pareti sono appesantite da decorazioni in marmo, ad opera di Cosimo Fanzago, il maestro scultore del barocco napoletano ed uno dei preferiti di Anthony Blunt, lo storico dell’arte inglese che ha perseguito una seconda, ancora più barocca, carriera da spia russa. Il marmo è riccamente lavorato con decorazioni di mele mature, di fiori, forme e curve suggestive, sia di genitali maschili che femminili. Anche nel chiostro, si trova un’altra essenza ineludibile di Napoli: l’accoppiamento di sesso e morte.

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Girovagando per  San Martino, quel giorno, con uno dei miei amici mi sono imbattuta in una stanza con dipinti di paesaggi del Golfo di Napoli, il tratto di costa che, luminosa, per prima ha catturato l’attenzione dei greci nel VIII secolo AC. Si sono insediati proprio sulla zona costiera di Napoli ed hanno chiamato il loro insediamento Cuma da  Kymi, il villaggio sull’isola greca di Evia da cui erano salpati. (Napoli, Neapolis, la città nuova, è venuto dopo.). Anche Kymi è  su una baia che sale una ripida collina. I paesaggi, vecchi e nuovi, si fanno eco l’un l’altro. E forse, ho pensato a me, quel giorno, la storia dell’occidente inizia con un pugno di greci che salpano per lidi più lontani, alla ricerca di un luogo che ricordi il loro paese.

Seduced by Naples

Once you make your way through the unruly traffic, honking horns, locals shouting in thick dialect across alleys lined with wet laundry, past racy black lace garters on display in shop windows, shrines to the Madonna with blue neon and plastic flowers set into palazzo walls, churches decorated with carved skulls, women squeezed into their shirts and spike heels, immigrants selling knockoff bags, helmetless teenagers on mopeds racing the wrong way down slippery one-way streets, and everywhere the smells of strong coffee, fried dough, fresh clams and the breeze blowing in from the sea — it is immediately clear that two primal forces drive this magnificent chaos of a city: life and death.

Maybe it’s the location, set on that wide bay that looks out on movie-set-perfect Capri and its poorer cousin, Ischia, and the most storied active volcano in the world at the city’s shoulders, Vesuvius, inescapable memento mori. Or maybe it’s the history of colonization — first by Greeks, then Romans, Normans and after them the Spanish, and later even Italians, and the lingering presence of organized crime. But this is a city that has seen it all, survived most of it, and, if you have the patience to explore it, will win you over and never let you go.

Its spell can be powerful. More than elegant, restrained Florence or show-offy Rome, with its perfect, ruined beauty, and even more than otherworldly Venice, I would argue it is earthy, squalid, slightly menacing Naples that is one of the most romantic cities in the world.

I FIRST SAW NAPLES years ago, when I was working as a babysitter in Rome. It was winter. The city’s famous Christmas market was in full swing, as it is now. I was traveling with a group of scholars and archaeologists. They took us to every church in town, one blurring into the next, and I don’t remember much, besides being warned to hold on to my bag. (Always good advice. In Naples, street crime is fast and real.) Still living in Rome, I returned the following summer and stayed in the leafy middle-class neighborhood of Vomero, once a stopping point for Grand Tourists. “See Naples and Die” was the motto in that era, although Henry James’s Daisy Miller didn’t make it past Rome. In the hotel room, one window had a sweeping view onto the bay below, with the ships gliding in the harbor under a summer sun, and the other opened onto the towering hillside above. Captivated by the city’s enticing mix of looming enclosure and open possibility, I vowed to return to Naples again and again. And so I have.

In the years I lived in Rome, whenever I wanted to escape that swampy city, with its oppressive world-weariness, its perennial ability to seduce but never to surprise, I headed for Naples — and still do — a surefire adrenaline rush, a slap in the face, a semifailed state only an hour south by train.

Sometimes I start at the Café Mexico in Piazza Dante, for a perfect espresso or a “caffè shekerato,” a mix of coffee, ice and sugar shaken into a thick cream and filled with so much caffeine and sugar that it makes the back of your head throb. I calm my nerves by browsing in the secondhand bookstores that line the passageway leading to Piazza Bellini, named for the master of Neapolitan Romantic music, into the ancient heart of the city, “Spaccanapoli,” from the Italian word “spaccare,” to split, after the ancient street slicing down the middle of the old city first settled by the Greeks. (The street is now largely called San Biagio dei Librai.)

The area is now a warren of dingy, narrow streets, churches, pizzerias and shops selling Naples’s famous Christmas crèche figurines. There are countless Holy Families, but also little clay workers at their trades — the battery-operated baker forever putting his tiny loaves into the oven, the fishmonger with little silver fish — as well as statuettes of football stars and politicians, sometimes engulfed in the red flames of hell.

Deep in Spaccanapoli lies one of the great wonders of Naples: Caravaggio’s “Seven Acts of Mercy,” surely one of the strangest and most breathtaking paintings in all of art history, a weird chiaroscuro tableau that unites an old man suckling a woman’s breast, a disembodied pair of dirty feet, men in armor struggling in the semidarkness, and high above them a mother and child and two angels, Neapolitan boys really, who cling to each other midfall in a strange and tender embrace.

The unfathomable painting is tucked into the tiny church of Pio Monte della Misericordia, inside a palazzo so unassuming and smog-stained that an unwitting visitor could walk past it entirely. In contrast, the city’s other great Caravaggio, “The Flagellation,” at the Capodimonte Museum, is showcased with drama, placed at the end of a suggestively long hallway of galleries. It captures the moment just before Jesus’s tormentors unleash their fateful blows. Every time I’ve visited the Capodimonte, once the hunting lodge of the Bourbon rulers of Naples and now one of the world’s great museums, it is nearly empty, a sign that this city remains an acquired taste, not completely discovered.

The tourists who do come, many of them embarking for only a few hours from cruise ships, tend to flock to Naples’s Archaeological Museum, with its vast rooms of ancient statuary and frescoes from Pompeii as fresh as the day they were painted. (Don’t be surprised if many rooms are closed; the museum says it lacks funding for guards.)

Here, you can see the Secret Cabinet of ancient erotica collected by the aristocratic Farnese family and kept hidden from public view for centuries. There are little bronze men with giant phalluses, images of couples in flagrante, a satyr pleasuring himself. Some items were amassed by a Borgia cardinal with interesting taste, but most were discovered at Pompeii and nearby Herculaneum, leading Christian moralists to believe that those cities were destroyed by volcano and mudslide as divine punishment for lasciviousness. Many currents of thought have emerged from Naples over the centuries. Moralism was never one of them.

ONE PERFECT SPRING DAY a few years ago, some friends and I took the funicular to the former monastery of San Martino, high above the city. From the garden, there is a stunning view of the sweep of the bay — the crumbling, close-packed houses, satellite dishes, the spires of churches with plants sprouting from their cupolas, the industrial port and, in the distance, Vesuvius. San Martino’s central courtyard, with slightly unkempt grass and fruit trees, is decorated with comely skulls. Its walls are heavy with marble detailing, the work of Cosimo Fanzago, the master sculptor of the Neapolitan Baroque and a favorite of Anthony Blunt, the British art historian who pursued a second, even more baroque, career as a Russian spy. The marble is elaborately worked into ripe apples, ornate flowers, curved shapes suggestive of both male and female genitalia. Even in the cloister, one finds another inescapable essence of Naples: the coupling of sex and death.

Wandering around San Martino that day, a friend and I came across a room with landscape paintings of the Bay of Naples, the luminous stretch of coastline that first caught the attention of the Greeks in the eighth century B.C. They made land just up the coast from Naples and named their settlement Cuma after Kymi, the village on the Greek island of Evia from which they first set sail. (Naples, Neapolis, the new town, came later.) Kymi is also on a bay that rises up a steep hillside. The landscapes, old and new, echo each other. And maybe, I thought to myself that day, the history of the West begins with a handful of Greeks setting sail for farther shores, searching for a place that reminds them of home.

Rachel Donadio

The New York Times

Traduzione

Simona Caruso