L’amaro sfogo di Saviano sulla stampa estera: un quadro brutalmente realistico e sconcertante della sua vita!

Da scrittore alle prime armi a Caserta, una città di provincia vicino Napoli, ero sempre più arrabbiato. C’era una guerra tra due clan mafiosi per il controllo del territorio, e la violenza tra le due famiglie era arrivata sulle strade. Volevo dire al mondo come fosse la vita in questa zona di guerra: le famiglie delle vittime che si strappavano i vestiti per il dolore, la puzza di urina di un uomo che sapeva di stare per essere ucciso e non riusciva a controllare il suo terrore, persone uccise per la strada per sbaglio perché assomigliavano ala vittima designata. Ho conosciuto gli operai che lavoravano in industrie controllate dalla camorra. Ho conosciuto i messaggeri, i soldati che lavoravano per il clan. Ho letto documenti giudiziari, articoli, trascrizioni di processi. Ho raccolto tutte le loro storie, le storie del mio quartiere, e le ho pubblicate in un libro chiamato Gomorra. Deve esserci stato qualcosa nel libro ad aver punto sul vivo. È diventato un bestseller istantaneo – così tanta gente lo ha comprato che la camorra non ha potuto ignorarlo.

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Non molto tempo dopo la pubblicazione del libro nel 2006, qualcuno lasciò un volantino nella cassetta della posta di mia madre. Io vivevo a Napoli, ma lei era ancora a Caserta. Mostrava una mia foto con una pistola puntata alla tempia, e la parola “Condannato”. Subito dopo fui invitato a fare una presentazione ad un evento per inaugurare l’inizio del nuovo anno scolastico nella cittadina di Casal di Principe, la sede del clan camorristico più potente, con uno dei numeri più alti di delitti in Italia. Dal palco riuscii a riconoscere i capi e li chiamai pubblicamente per nome, cosa che la gente del posto era troppo intimidita per fare. Dissi loro che dovevano andarsene. L’allora portavoce del parlamento italiano era lì con le sue guardie del corpo. Dopo l’evento mi dissero che sarebbe stato troppo pericoloso per me tornare a Napoli sui mezzi di trasporto pubblici, e così mi portarono con loro. Il giorno dopo un giornale locale denunciò il mio intervento come un insulto alla camorra. Qualche giorno dopo un uomo mi seguì per la strada e dopo essere salito sul pullman con me, disse: “lo sai che te la faranno pagare per quello che hai fatto a Casale (Casal di Principe) no?”

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Meno di un mese dopo questi eventi, ritornando a Napoli da un festival letterario, fui venuto a prendere alla stazione da due carabinieri. Mentre eravamo nella macchina blindata, mi dissero che erano stati assegnati a me come scorta per la mia sicurezza. Durante quell’inverno, la sicurezza fu raddoppiata dopo che emersero notizie dal carcere, che la camorra stava cercando di uccidermi. Il boss della mafia Salvatore Cantiello, avendo visto un servizio su di me per il telegiornale mentre era in prigione, sembra avesse detto:“continua a parlare, tanto tra poco non parlerai più”.
Per gli ultimi 8 anni ho viaggiato dappertutto accompagnato da sette guardie del corpo in due macchine blindate. Vivo in distretti di polizia o stanze di alberghi anonime e raramente passo più di qualche notte nello stesso posto. Sono più di 8 anni che non prendo un treno, non vado su una vespa, non mi faccio una passeggiata o esco a prendermi una birra. Tutto si deve fare ad orario fino a spaccare il secondo, nulla viene lasciato al caso. Fare qualcosa di spontaneo, soltanto perché ne ho voglia, sarebbe stupidamente complicato.

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Dopo 8 anni sotto scorta armata, le minacce contro la mia vita quasi non fanno più notizia. Il mio nome è così spesso associato con termini come morte e omicidio, che che nessuno ci fa più caso. Dopo tutti questi anni sotto la protezione dello stato, quasi mi sento in colpa ad essere ancora in vita.
Questa vita è una merda– è difficile descrivere quanto faccia schifo. Esisto dentro quattro mura, e l’unica alternativa è apparire in pubblico. O sono all’Accademia del premio Nobel facendo un dibattito sulla libertà di stampa, o dentro una stanza senza finestre in un distretto di polizia. Luce e oscurità. Non ci sono ombre o vie di mezzo. A volte guardo indietro a quella linea di confine che divide la mia vita prima e dopo Gomorra. C’è un prima e un dopo per tutto, incluso l’amicizia. Quelli che ho perso, che si sono allontanati perché hanno trovato troppo difficile rimanermi accanto e quelli che ho trovato negli ultimi anni. I posti che ho conosciuto in passato ed i posti dove sono stato in questi anni. Napoli è diventato un posto ‘off limits’, che posso rivedere solo nei miei ricordi. Viaggio per il mondo passando da un paese all’altro come se fosse una scacchiera, facendo ricerca per i miei progetti, e alla ricerca di quei pochi brandelli rimasti della mia libertà.
Stavo lavorando su quest’articolo a New York quando ho sentito la notizia di Charlie Hebdo. È stato intensamente doloroso per me. Non conoscevo l’editore del giornale Stephane Charbonnier, ma sapevo che viveva sotto scorta armata come me. Conoscevo la sua situazione ed i rischi che correva.

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Con la strage di Parigi l’Europa ha riscoperto che scrivere può essere pericoloso. Avevamo dimenticato. Forse gli italiani no, forse loro non lo hanno dimenticato, almeno non quelli di noi che scrivono sulla mafia. Dieci giornalisti italiani sono attualmente sotto protezione della polizia, dopo essere stati minacciati dalla mafia, incluso Lirio Abbate, le cui guardie del corpo hanno trovato una bomba sotto la sua macchina dopo che scrisse sul boss di cosa nostra Bernardo Provenzano. La libertà di espressione non è un diritto di cui godiamo costantemente – se lo trascuriamo, appassisce come una pianta che ti dimentichi di annaffiare.

Sono stato colpito da una cosa che ha detto Charbonnier nel 2012: “Non ho paura di rappresaglie. Non ho figli, non ho moglie, non posseggo una macchina, non ho debiti. Anche se può sembrare pomposo preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”. Per molte persone, è semplicemente un lavoro, non ci sono conseguenze. Ma per altri non è così.

Se Gomorra, fosse stato semplicemente un libro come tanti altri, la camorra non lo avrebbe notato. La ragione per cui hanno fatto obiezione è perché ho detto la verità sul crimine organizzato ad un così vasto pubblico. La loro paura peggiore è di essere al centro dell’attenzione. Come un ex-boss pentito ha detto: “I camorristi vogliono essere VIP: ‘very important persons’ a livello locale; vogliono essere famosi ed avere una reputazione nel loro territorio, temuti per il loro potere punitivo, ma a livello nazionale o internazionale vogliono essere anonimi”. Aver rivelato le loro attività ad un pubblico più grande di quello della stampa locale è stato un grosso colpo per loro perché ha attirato l’attenzione sui loro traffici illegali.

Mi viene spesso chiesto perché la camorra, questa grande e potente organizzazione criminale ha paura di me. Io cerco sempre di spiegare che non hanno paura di me ma dei miei lettori.

Da: La mia vita sotto scorta, The Guardian

Simona Caruso

Nella nostra rubrica “La storia di Napoli”, troverai la storia di Roberto Saviano e di tanti altri grandi personaggi di Napoli

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