Sant’Anastasia, lo scoppio e la strage, ma non l’oblio
di Carlo Fedele

Alcuni erano stati assunti solo pochi giorni prima, altri avevano iniziato a lavorare solo due settimane prima, realizzando così il sogno di quei tanti giovani della periferia di Napoli che di lavoro ne vede sempre poco, se non costretti ad emigrare. Erano felici, per tanti il primo vero lavoro. Il padrone li chiamò nel suo ufficio e spiegò loro di cosa si trattava. Una cosa da niente, disse loro, “solo” costruire dei proiettili per le pistole Flobert e fuochi d’artificio.
Lui, il padrone, si chiamava Emanuele. A volte non riusciva a pagare le sue maestranze e a Natale non aveva dato soldi a nessuno, solo un panettone. Non “teneva a posto” quasi nessuno… Emanuele, il padrone, morì di vecchiaia, cosa che non fu possibile per 12 operai, tutti giovani, compresi quelli che aveva assunto appena cinque giorni prima.
Giuseppe Mosca, 20 anni, Antonio Tramontano, 21 anni, Giuseppe Sorrentino, 22 anni, Antonio Savarese, 23 anni, Mariano Barra, 24 anni, Giovanni Esposito, 25 anni, Antonio Frasca, 25 anni, Michele Allocca, 32 anni, Michele Esposito, 34 anni, Giovanni Caruso, 35 anni, Giovanni Cerciello, 39 anni, Vincenzo Florio, 42 anni… non ci sono più, in pratica di loro si ritroveranno brandelli di carne anche a centinaia di metri di distanza, di uno non si ritroverà nemmeno più il corpo…
Venerdì, 11 aprile 1975. Era da poco passata l’ora di pranzo. A Sant’Anastasia, in provincia di Napoli, si sente un boato. Sant’Anastasia sobbalza. La fabbrica Flobert è esplosa.
Tutto il paese accorre sul luogo della sciagura. Molti temono per la vita dei propri cari. I capannoni erano situati in contrada Romani, alle pendici del Monte Somma.
Venivano tutti da paesi confinanti: Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Pomigliano D’Arco, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio, Portici.
Era un venerdì come tanti. Al lavoro quel giorno si trovavano sessanta persone, molte donne. Lavoravano in capannoni di legno e lamiera, privi delle più basilari norme di sicurezza.
Immacolata era poco più di una bambina e lavorava già nella fabbrica, e per puro caso fu sostituita da un giovane di cui non ha mai saputo il nome, che morirà al suo posto.
Immacolata racconterà anni dopo, in un’intervista, quale fu il suo lavoro: “Preparavo gli ‘scatolini’, quelli con le munizioni per le armi giocattolo. La caposquadra si chiamava Rosa, mi chiese ‘vuoi andare sulla macchina dei guaglioni?’, vale a dire dove lavoravano i maschi, ma io le dissi che non sapevo usare le macchine, che non le avevo mai viste, ma lei ribadì… ‘tu non devi fare niente, devi solo guardare’… Andavamo a lavorare così, senza preparazione. Avremmo imparato guardando…”.
Immacolata fu nella stanza dove sarebbe avvenuto lo scoppio tutta la mattina, fino all’ora di pranzo, quando andò a mangiare. Al ritorno il suo posto fu preso da un altro ragazzo. Neanche il tempo di tornare nel capannone e sedersi… Lo scoppio, il sangue, le grida, i colleghi avvolti dalle fiamme…
In quel reparto, in quella stanza fatta di legno e lamiere si trovavano tredici operai e circa 200mila cartucce…
Dodici di loro muoiono sul colpo, solo uno si salva per miracolo. Cinque donne e cinque uomini subiranno gravi ferite. Due cadaveri carbonizzati saranno trovati dai primi soccorritori aggrappati ad una rete, nel vano tentativo di scappare.
Le inchieste ipotizzeranno che la causa dello scoppio sia dovuta ad alcune sostanze proibite contenute nella miscela utilizzata durante la lavorazione. Ipotizzeranno… quando a morire sono i lavoratori le ipotesi si sprecano, qualcuno parlò anche della solita sigaretta accesa incoscientemente da qualcuno. Un classico quando si devono scaricare ed allontanare le colpe…
Solo qualche giorno dopo delle baracche in contrada Romani non c’era più nulla, come se un bulldozer fosse passato sopra a cose e persone, a 12 ragazzi. Solo silenzio e odore di morte, di fiori portati sul posto dalla gente comune, dagli operai della zona e non solo.
Quei poveri resti riposano (si fa per dire…) al cimitero del paese, dove tuttora si trova una lapide, ormai logora e vecchia, con su scritto: “Pagarono con la vita il pane, la pietà del popolo li volle qui riuniti”.
Quanti? Tanti, tantissimi altri morti operai, prima e dopo Sant’Anastasia, tantissimo sangue dei lavoratori ha bagnato e bagna le pietre di questo Paese, inteso come Italia.
Questa fu una strage e come tutte le stragi dobbiamo conservarne il ricordo, come va ricordato ogni singolo lavoratore caduto, fare memoria, fosse solo perché la Storia non è dei personaggi illustri scritti a caratteri cubitali sui libri e sulle steli.
E’ la forza lavoro che tira avanti il mondo e tira la carretta della propria esistenza, sfruttata, a prescindere, perché il lavoro non deve essere per forza fatica, contrariamente a quanto è ideologicamente mistificato e messo in pratica sui luoghi di lavoro.
Basta morti, morti in un attimo…

…”E chi và ‘a faticà
pur’ ‘a morte addà affruntà
murimm’ ‘a uno ‘a uno
p’e colpa ‘e ‘sti padrune”.
(E’Zezi, “A’ Flaubert”, 1975)

di Carlo Fedele