Dalla cronaca alla narrativa di finzione, come l’informazione può stimolare l’immaginario. Un percorso in due direzioni quello che ci aiuta a fare Annalisa Pesiri nel racconto per L’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso Iocisto. Lo stile asciutto, aderente alla cronaca non nega al racconto la sua carica emotiva, a tratti, struggente. Da votare con un like, il racconto concorre alla targa Napoliflash 2018.

Certe mattine

Annalisa Pesiri

Certe mattine era così. Sarebbe rimasto volentieri a letto, al caldo, con gli occhi chiusi. Non a dormire, a dormire proprio no, ma rannicchiato sotto le coperte, a lungo, girandosi da un lato e dall’altro, per sfuggire a quei sottili aghi di luce che punzecchiano le palpebre e non ti fanno mettere a fuoco la stanza. E poi magari si sarebbe fatto portare la colazione a letto, come nei telefilm in tv: toast e marmellata e cornetti caldi serviti su un vassoio d’argento invece che quello schifo di biscotti del Mulino Bianco che hanno tutti lo stesso sapore. E la doccia, sì. Una volta alzato sarebbe entrato in uno di quei bagni coi mosaici alle pareti e quelle docce enormi, da starci in sei, con le pareti di cristallo e l’acqua che esce da un soffione cromato.

Invece si era alzato e si era vestito in fretta, lavandosi in quel cesso di lavabo azzurro in cui restava una striscia grigia ogni volta che ti sciacquavi anche solo le mani e non aveva nemmeno guardato il pacco di merendine lasciato aperto dalla madre sul tavolo della cucina. Aveva subito acceso il telefonino. Lei era già uscita, come al solito, per il suo bravo turno in ospedale. Una settimana di giorno. Quella dopo la notte. Ogni giorno uguale a quello prima. Ogni mattina uguale a quella prima.

Mentre scendeva le scale guardò il telefonino. C’erano già due messaggi della madre: sempre gli stessi, inutile leggere. Si accese la prima sigaretta. Quelle gli servivano per svegliarsi, solo quelle. Fino a scuola poteva fumarne un paio. Se la vesuviana ritardava, anche di più. E se avessero deciso di non entrare, potevano prendere anche qualcos’altro dal Rosso che si fermava ogni mattina al bar della metro, lì in piazza. Certe mattine gli giravano. Si alzava così, più indispettito del solito. Si era alzato così. E di starsene tutto il giorno in quel buco di scuola non se ne parlava. Rispondere a domande stupide, far finta di ascoltare le tirate dei prof. Stamattina proprio no.

Morte ai zingari e anche ai negri parassiti, lesse sulla campana in cui annegavano sacchetti di plastica strappati. E si decise.

“Chi viene a via Chiaia? Tanto oggi ci sono solo ore del cazzo”.

A Toledo scesero in cinque. I muri ondulati della stazione mandavano riflessi azzurri, turchesi, color oro. Sul marciapiede, la luce profumata delle vetrine: zucchero al velo, cannella e rhum. E l’onda lunga di folla della mattina, dopobarba e colonia e caffè e una punta d’arancia. Da stordire. Anche il suono di un violino.

Cinque matti. Camminavano col mento in aria, procedendo a spallate, a spintoni, nel cerchio magico di un rave scomposto, per ricacciare indietro l’imbarazzo di una giornata diversa. Parlavano forte. Qualcuno si scansava, per lasciare loro spazio, altri passavano oltre, allungando il passo.

Certe mattine sono così. Uno va, come una trottola impazzita che non riesce a fermarsi.

Sotto una pensilina, c’è un ragazzo con gli occhi abbassati sul suo telefonino. Fa finta di niente. Si avvicinano. Quello ancora li ignora. Guarda l’orologio. Loro si fanno ancora più sotto.

“Ue’.., Antonio.., Gaetano… come ti chiami, ce l’ho con te!!!”.

Non è una domanda, è già una sentenza. Hanno appena deciso che sarà lui a pagare. Lui. Per tutti quelli che continuano a non vederli, a non sentirli, a non accorgersi della loro traiettoria impazzita. Per tutti quelli che continueranno a scansarli e ad allontanarsi, col naso nel colletto che sa di dopobarba, di colonia, di caffè e la faccia abbassata su certe mattine da cancellare.