In questo articolo Miti3000 e Napolifalsh24 vi svelano storia e mitologia dello splendido gruppo scultoreo del Toro Farnese

A cura di Giorgio Manusakis

La seconda opera d’arte, tra le principali esposte al Museo Archeologico Nazionale di Napoli che miti3000.it e Napoliflash24 vi presentano nell’ambito del ‘Progetto MANN’, è il Toro Farnese. Questo splendido gruppo scultoreo, estratto da un unico blocco di marmo, fu ritrovato nelle Terme di Caracalla durante gli scavi voluti da papa Paolo III Farnese. Secondo alcune ipotesi, che si rifanno a quanto riportato da Plinio il Vecchio, sarebbe opera di Apollonio e Taurisco di Tralles, due scultori che operavano a Rodi, in tal caso l’opera sarebbe databile tra il 160 e il 150 a.C.; ma più realistica sembra l’ipotesi che si tratti di una copia romana databile tra il I e il III sec.d.C. Inizialmente l’opera fu portata presso Palazzo Farnese in attesa che Michelangelo terminasse il suo progetto di farne una monumentale fontana, ma dopo la morte di Paolo III il progetto fu abbandonato e la scultura rimase in una baracca adibita a deposito fino al 1788, quando fu trasferita via mare a Napoli e sistemata nella nuova Villa pubblica opera di Carlo Vanvitelli; ma la nuova collocazione, così poco idonea alla conservazione di una tale opera d’arte, indignò il mondo della cultura che, con le sue vibranti proteste, ne ottenne il trasferimento al Museo Archeologico nel 1826. Diversi furono i restauri necessari, il primo terminato nel 1579 ad opera di Guglielmo Della Porta e Giovanni Battista de Bianchi, cui seguirono quello della fine del ‘700, opera di Angelo Brunelli, e quello del 1808 effettuato da Andrea Calì. Ulteriori segni di cedimento furono notati durante il trasporto al museo, dunque fu necessario intervenire di nuovo e questa volta il restauro fu affidato allo scultore Angelo Solari. La scoperta, nel 1990-91, di una cavità all’interno del gruppo marmoreo, ha fatto ipotizzare che l’opera anticamente fosse una fontana.

L’opera riproduce un episodio narrato, tra gli altri, da Euripide nella sua tragedia ‘Antiope’. Antiope era figlia del re di Tebe, Nitteo. Zeus la possedette sotto forma di satiro e il padre, vedendola incinta, la ripudiò. Antiope si rifugiò a Sicione dove sposò il re Epopeo, ma suo padre Nitteo, prima di uccidersi, chiese a Lico, suo successore, di punire Antiope e Epopeo. Lico pertanto fece guerra a Sicione, uccise Epopeo e imprigionò Antiope la quale, riportata a Tebe, fu sottoposta a continui maltrattamenti da parte di Dirce, moglie di Lico. Nel frattempo, però, Antiope aveva partorito due gemelli, Anfione e Zeto, frutto dell’amore consumato con Zeus. Abbandonati lungo una strada, i due furono cresciuti da un mandriano, finché un giorno cercò rifugio nella loro capanna proprio Antiope, che era riuscita a scappare ai suoi aguzzini. I due ragazzi, scoperto che si trattava della loro madre e saputo quanto aveva subito, la vendicarono uccidendo Lico e legando Dirce a un toro, poi ne gettarono il cadavere in una sorgente che, da allora, prese il suo nome, fatto che avvalora l’ipotesi che il gruppo marmoreo fosse in origine una fontana posta in un bacino d’acqua. La scena narrata da Euripide ha luogo in Beozia sul monte Citerone, sacro al dio Dioniso, infatti ai suoi culti fanno riferimento alcuni elementi della scultura come le ghirlande di edera, la pelle di capra, il serpente e anche lo stesso crudele supplizio di Dirce raffigurato nel gruppo scultoreo. Nel prossimo articolo del ‘Progetto MANN’ vi presenteremo un gruppo scultoreo che solo il museo napoletano al mondo può vantare di avere completo di entrambe le statue, e che da sempre è un simbolo della democrazia: i Tirannicidi. Per chi volesse approfondire la storia e il mito del Toro Farnese, e vederne più foto e i video, i link di riferimento sono i seguenti:
www.miti3000.it
https://www.facebook.com/MUSEOMANN/