La pizza è un’arte, e i pizzaioli napoletani, come antichi alchimisti, sono i depositari, i sacerdoti, di un sapere che è un tratto distintivo della nostra identità.
Finalmente è arrivato il giusto riconoscimento che attendevamo da tempo: l’Unesco riconosce l’arte napoletana di “creare” la pizza come patrimonio dell’umanità. Il risultato è frutto della collaborazione e dell’impegno delle forze politiche, sociali e  professionali che hanno fatto “squadra” per vincere una battaglia che aiuta ancor più a far conoscere il marchio della nostra città in tutto il mondo.
La pizza è molto più di un prodotto alimentare. È il segno del modo di essere e di vivere. Nasce come un alimento povero, ma con lo scorrere dei secoli, ha acquisito un valore crescente perché è espressione di un microcosmo in cui si intrecciano sapere, identità, gioia di vivere.
In giro per il mondo ci sono tanti tentativi di imitazione (che hanno condotto a invenzioni che fanno male agli occhi e al palato). E non sono mancate assurde rivendicazioni di primati che non hanno fondamento storico.
La pizza è napoletana. E il riconoscimento dell’Unesco stabilisce che non è sufficiente usare prodotti, più o meno simile,  per ottenere lo stesso risultato. Perché ciò che manca, ad altre latitudini, è il talento, la passione, tra tradizione che si trasmette di padre in figlio, generazione dopo generazione. Un sapere che non può essere rabberciato su YouTube.
Qualche settimana fa, una classifica sulla qualità della vita, fatta con parametri meramente ragioneristici, ha posto Napoli nelle retrovie.
Ma il sole, il mare e la magia dei nostri pizzaioli non sono quantificabili. Hanno un valore che va ben oltre indicatori che non hanno anima.Patrizia Sgambati