Per “Effetti Collaterali” di Lucia Montanaro: Ssssh

Hikikomori non è il nome di un videogame o di una cittadina giapponese bensì un  fenomeno che tristemente dilaga fra i giovani di tutto il mondo.

Con il termine “Social withdrawal” si intende una condizione sociale caratterizzata prevalentemente da sentimenti di solitudine, isolamento, ritiro dalla società e dalle relazioni interpersonali. Nelle società nipponiche questo fenomeno si configura con l’espressione “Hikikomori” che deriva dal verbo Hiku (tirare indietro) e Komoru (ritirarsi) ed indica una sindrome sociale che va diffondendosi ormai in maniera critica (S. Moretti, 2010) e capillare.
Gli Hikikomori sono ragazzi prevalentemente maschi tra i 14 e i 25 anni, che trovano rifugio nella propria camera e la lasciano raramente. Non vanno a scuola o lavoro, non praticano sport, non partecipano a nessuna attività sociale, nemmeno i pasti con la propria famiglia, arrivando a chiedere che il cibo gli sia lasciato davanti alla porta. Passano il tempo al pc. I contatti sono limitati alla realtà virtuale, attraverso videogiochi e social network. Il loro ritmo giorno-notte è spesso invertito.

In Italia si stima che ci siano settantamila casi, ma avere un dato preciso non è possibile.

Non necessariamente tuttavia responsabili di questa condizione sono i videogiochi o comunque il web in generale. A questo proposito è più esatto affermare che l’uso dei mezzi tecnologici sono la conseguenza dell’isolamento scelto dai soggetti e spesso l’unico strumento che riesce a tenerli ancora in contatto con la realtà.

L’hikikomori è un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, è il frutto di una società che esercita sui ragazzi una serie di pressioni che vanno dai buoni voti scolastici, alla realizzazione personale, alla bellezza fino alla moda. Un carico emotivo spesso insopportabile che sfocia in sentimenti di impotenza, perdita di controllo e fallimento. La propria camera diventa il rifugio più vicino, il luogo dove nascondersi dalla vergogna e dal giudizio, un mondo doloroso dal quale una volta entrati diventa difficilissimo uscire. L’hikikimori non è considerata una patologia ma uno stato sociale, una scelta da rispettare nonostante il dolore provato anche al di qua di quella porta.

L’isolamento può essere breve o lungo, può durare alcuni mesi o anni, ma una cosa, sostengono gli esperti, è certa: non si risolve mai spontaneamente. L’hikikomori non va curato ma supportato». L’hikikomori è un fenomeno particolarmente complesso e variegato, che può riguardare potenzialmente tutti, senza limiti di sesso, età o estrazione sociale.

Il fondatore di Hikikomori Italia Marco Crepaldi, laureato in psicologia sociale ed esperto di comunicazione digitale, è considerato il massimo esperto hikikomori in Italia. Il suo blog frequentatissimo da giovani e famiglie può essere di grande aiuto per chi si trovasse in questa situazione o ne avesse anche solo il sospetto.

Crepaldi inserisce come fondamentali non solo il cercare di allentare la pressione sociale avvertita da un hikikomori ma anche la volontà di responsabilizzarlo, trattarlo da pari a pari, rendendolo conscio dei suoi comportamenti e focalizzandosi sul fatto che il nostro fine ultimo è il loro benessere, non il ritorno alla “normalità”.

Recuperare non è semplice, ma le molte storie di cui abbiamo testimonianza, ci danno fiducia.

Ai genitori il compito di attivarsi tempestivamente, di trovare la forza nell’amore per comprendere e non giudicare. L’invito, infine è soprattutto, a rivolgersi a professionisti competenti.

Il dramma delle aspettative è un figlio crudele dei nostri giorni, le corse ai traguardi, il confrontarsi con chi è “immaginariamente” meglio di noi ci fa ammalare tutti. Questo è il tempo della velocità, della perfezione ma soprattutto dell’infelicità,  dove i più forti sopravvivono e alcuni altri preferiscono scomparire.

Ssssh

Ssssh non voglio uscire non voglio uscire non voglio uscire smettetela di darmi il tormento io sto bene da solo che poi solo non sono se voglio c’è il mondo lì dentro ma solo se voglio e poi quelli non mi infastidiscono non mi guardano non mi vedono non mi misurano mica come loro quelli della scuola tu sei troppo  brutto come lo fai non va bene domani portali tutti i compiti che io non lo voglio fare quel tema di merda e invece dammelo lo hanno fatto tutti manca solo il tuo non ce l’ho quel cazzo di tema non lo voglio fare non ci vengo più nella tua scuola con i tuoi alunni di merda la felpa Supreme non la metto anche se mi guardate di traverso anzi non mi guardate più lasciatemi in pace sto bene a giocare a leggere a stare sotto sotto le coperte piccolo piccolissimo che non mi trovi se io non voglio e io non voglio non mangio non mangio ti ho detto di no mangiatela tu questa cacca io non ti voglio vedere e chiudo la bocca e chiudo lo stomaco e chiudo la porta e mi chiudo dentro e lasciami solo sto bene da solo forse stanotte quando tutto è silenzio ruberò il tuo maledetto pane e questi crampi mi daranno pace.

Lucia Montanaro