Rogopag, è un film a episodi del 1963 il cui titolo riprende le iniziali dei registi che ne hanno diretto le singole parti: Roberto Rossellini, Jean Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti. Ogni parte del film racconta seguendo una sua propria prospettiva, la vita nella società del tempo. Sono ritratti caustici dell’uomo medio degli anni del boom economico. Da una giovane hostess che da casta deve trasformarsi in donna provocante per allontanare uno stalker (Illibatezza di Rossellini), al  ritratto esistenzialista di una coppia parigina (Il nuovo mondo di Godard), alle vicissitudini  di una famiglia medio borghese alle prese con una società divorata dalla filosofia del consumismo.  (Il pollo ruspante di Gregoretti).

Ma quello che sembra staccarsi dagli altri episodi, e lo short film di Pasolini, La ricotta, poiché, contrariamente agli altri, si tratta di una prospettiva profondamente cinica, proveniente da una riflessione amara sul mondo del cinema e più in generale sulla società capitalista dell’epoca. Quello che colpisce è l’attualità  delle parole proferite da Orson Welles, nella parte del regista di un film sulla passione di Gesù.  Il segmento pasoliniano è ambientato nelle campagne romane, dove una troupe sta appunto girando un film sulla Passione di Cristo, tra gli attori c’è Giovanni Stracci (Mario Cipriani), uno dei due ladroni. La descrizione cruda e realistica della vita delle comparse si contrappone a quella di una società apparentemente opulenta.

Un giornalista (Vittorio La Paglia), sul set per intervistare il regista (Orson Welles), darà il là al personaggio interpretato dall’attore/regista americano per dichiarare quella che poi è la visione di Pasolini stesso. Il finale amarissimo, è l’unica conclusione logica ed al tempo stesso grottesca di una tragedia per certi versi annunciata e simbolica della debolezza e vulnerabilità delle classi meno abbienti dell’epoca. Vale la pena riascoltare l’intervista con Orson Welles per le sue parole crude, ma ancora attuali attuali, che rimbombano come dei forti campanelli di allarme per una società che è destinata a soccombere a se stessa.