L’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso Iocisto, la libreria di tutti, non va in vacanza. Ogni settimana potrete leggere e votare un racconto a tema estivo, decretando, con i vostri like, il migliore a cui andrà la targa Napoliflash24h estate.

Buona lettura e ricordate di esprimere le vostre preferenze!

Purché sia Amore

Rosco di Sera

Estate 1962.

Attilio non aveva alcuna voglia di andare al mare quella sera. Anzi non aveva alcuna voglia di uscire quella sera, né le precedenti sere di quell’estate che pareva interminabile. E lui odiava l’estate. E odiava il mare.

Attilio era nato a Napoli, in una casa quasi immersa nell’acqua. Quell’odore salmastro gli riempiva le narici sin dall’infanzia acuendo la rinite allergica che lo affliggeva senza alcuna tregua. Quel moto ondoso che osservava di nascosto dalla finestra della sua camera gli rimandava il senso della mutabilità degli eventi e dell’impossibilità di arginarli. La risacca lo terrorizzava perché gli ricordava le urla di sua madre quando, da bambino, giocava a rincorrere le onde. Quel buio pesto che di sera sembrava inghiottire il mare lo proiettava in quell’ignoto che non era ancora pronto a scoprire. Né ad assaporare.

“Accompagnami alle palazzine di Santa Maria la Bruna, Attilio, stasera devo vedere assolutamente Lucia, le devo parlare”.

Attilio era tra i pochi del quartiere ad avere la macchina. Una Bianchina decappottabile bianca e rossa e con le portiere verdi, regalo di suo padre – piccolo imprenditore napoletano – in occasione del centenario dell’Unità d’Italia. Enzo, il suo migliore amico, lo aveva costretto ad uscire quella sera perché, da quando Consiglia non c’era più, Attilio non aveva alcuna voglia di vivere.

Consiglia era volata via l’anno precedente, in un pallido mattino di inizio estate. Non aveva nemmeno 20 anni e tutto il peso del mondo sulle sue piccole spalle. Si volevano bene lei e Attilio, tanto. Ma non abbastanza da rassicurarla, da proteggerla da quel male oscuro che la divorava sin nelle viscere. Un volo dal terzo piano e la sua anima aveva smesso di soffrire, lasciando Attilio nel senso di colpa per non avere saputo impedirlo. E nell’assoluta incapacità di riuscire a sopravviverle.

Ogni estate Maria si trasferiva, con i suoi quattro fratelli e le due sorelle, in un appartamento delle palazzine che si affacciavano sul lungomare di quella località balneare poco distante da Napoli. Li accompagnava la tata, mentre la madre restava in città per tenere d’occhio il marito, intraprendente gioielliere che d’estate era ancora più sensibile al fascino femminile.

Maria era la terza figlia dopo due maschi; il primo era l’orgoglio di papà, il secondo era il cocco di mamma. Era stata cresciuta sotto una campana di vetro dopo che, a soli 9 anni, una nefrite non diagnosticata la stava strappando all’affetto dei suoi cari. Quanto avevano pregato i suoi familiari perché i medici trovassero una causa a quella febbre misteriosa che non andava via con nessun medicinale! E come fu difficile farle recuperare le forze durante la lunga convalescenza! I genitori l’affidarono alle cure amorevoli della tata, donnone d’altri tempi, che l’amava come fosse la figlia che non aveva né avrebbe mai avuto, proteggendola dal mondo in maniera quasi ossessiva.

Maria amava villeggiare a Santa Maria la Bruna perché così stava lontana dai silenzi di sua madre e dall’ansia che promanava dai suoi occhi color zaffiro. Splendidi, ma assolutamente incapaci di accendersi d’amore! E amava trascorrere quei tre mesi estivi con la tata che assecondava ogni suo desiderio, pure a scapito dei bisogni dei suoi fratelli.

Attilio, quella sera, rimase appoggiato al muretto di fronte alle palazzine aspettando che il suo amico Enzo finisse di chiacchierare con Lucia.

Maria notò dalla finestra di casa quel ragazzo eccessivamente magro e ben vestito, diverso dai suoi coetanei. La camicia di lino bianca sapientemente inamidata indossata su un paio di pantaloni azzurri con le pinces sul davanti e dal taglio perfetto. I mocassini tirati a lucido e un velo di tristezza negli occhi.

Rivolse rapidamente lo sguardo verso la tata che, con un cenno del capo, le diede il suo assenso ad uscire. Accompagnata dalla sorella minore, ovviamente. E non prima di indossare il vestito migliore che, entrambe, avevano conservato nell’armadio per le grandi occasioni. Smanicato e girocollo, stretto in vita da una fascia che valorizzava il seno generoso di entrambe e, sotto, un po’ a sbuffo per nascondere la rotondità dei fianchi.

Maria e sua sorella provarono ad attirare l’attenzione di Attilio che sembrava concentrato a fissare il nulla. Fu Enzo che, appena scaricato da Lucia, si indirizzò verso le ragazze prendendo l’iniziativa di conoscerle e di presentarle all’amico.

L’energia di Maria, la sua ingenuità contrapposta a quel fisico prorompente, la sua voglia di vivere contrapposta alla sua voglia di morire, spinsero Attilio fino ai margini dell’ignoto. La sua caparbietà nel volerlo, l’ostinata lotta di quella giovane donna contro i retaggi di un’educazione rigida e i fantasmi di un amore infausto, lo convinsero a varcare quella soglia. Fino a perdersi, senza sapere nemmeno il perché.

E in quel perdersi, Attilio aiutò Maria a mettere ordine nella sua vita, a placare le sue ribellioni, ad incoraggiare la sua crescita. E rappresentò per lei un porto sicuro in cui rifugiarsi tutte le volte in cui la giovane rischiava di inabissarsi per carenza d’amore ovvero per il suo eccesso da parte delle sue due madri.

Estate 2018

Maria ha voglia di vedere il mare, quel suo mare che, da quando si è sposata, non ha più visto. Incastrata in una vita che non ha mai sentito appartenerle, ripete da 50 anni tutto quello che Attilio le ha promesso durante il fidanzamento e che non ha mai mantenuto. E lo ripete sempre con le stesse parole. Come se fosse una cantilena infantile imparata a memoria.

Attilio non ha più la forza di vedere il mare. E nemmeno la montagna e nemmeno il lago. E nemmeno la campagna. Incastrato in un corpo gracile, i cui acciacchi non gli hanno mai dato tregua, ripete da 50 anni che, lui, quella sera d’estate non ci voleva andare a Santa Maria la bruna. E che Qualcuno gli ha tessuto la trama della sua vita, facendo prima morire Consiglia e poi facendogli conoscere Maria. E lo ripete sempre con le stesse parole. Come se fosse un rituale di deresponsabilizzazione imparato a memoria.

E adesso io sorrido sentendoli ancora litigare e sperare in un cambiamento.

Oppure desiderare di vivere separati per poi accompagnarsi reciprocamente alle visite mediche.

Oppure sognare una vita diversa che, purtroppo, non tarderà ad arrivare.

Sorrido e penso che l’Amore tra due essere opposti come il giorno e la notte può comunque rimanere vivo nutrendosi di illusioni o di sfumature. Di grigi, piuttosto che di bianchi o neri. Di pause, piuttosto che di rotture. Di compromessi, piuttosto che di rigidità. Di senso del noi, piuttosto che di esasperazione dell’individualismo.

Purché sia Amore.