L’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso Iocisto, la libreria di tutti, non va in vacanza. Ogni settimana potrete leggere e votare un racconto a tema estivo, decretando, con i vostri like, il migliore a cui andrà la targa Napoliflash24h estate.

Buona lettura e ricordate di esprimere le vostre preferenze!

Passeggeri

Renata Marigliano

Il passeggero dell’autobus n°14, tratta Ischia Porto – Casamicciola, gli rispose in modo brusco ed infastidito.

Ettore, dall’alto dei suoi ottantadue anni, se ne crucciò. Eppure, gli aveva posto una semplice, semplicissima domanda. In buona fede, gli interessava solo sapere se gli piacessero quei fiori a grappolo, proprio a ridosso della casa che da tre generazioni era diventata a villa d’o spagnuol’  , ma che, in realtà, era appartenuta ad un architetto di Buenos Aires.

L’anziano si innervosì, giusto il tempo di una manciata di secondi.

Giusto il tempo di dimenticare.

Il mare. Un lido. Di nuovo il mare. I paesaggi di sempre si susseguivano rapidi, al di là degli spessi finestroni dell’autobus in viaggio. Sembravano rincorrersi, ed infine afferrarsi, tenersi forte per mano, e poi lasciarsela di nuovo, magari perché una strada troppo stretta li obbligava a transitare in fila indiana all’interno di uno specchietto retrovisore.

Salì un passeggero. Aveva un viso familiare che, tuttavia, Ettore non seppe riconoscere. Doveva essere uno degli abitanti di quella grande casa senza tetto che è Ischia, in cui capita che i parenti non si riconoscano, che si dimentichino gli uni degli altri, o che diventino consanguinei in un momento qualsiasi.

L’uomo gli chiese come stesse.

L’anziano lo giudicò un comportamento invadente.

Rispose con un secco “stamm’ ancor’ all’ert’ “, in napoletano, siamo ancora all’impiedi, espressione che vincola indissolubilmente la condizione dell’essere in posizione eretta a quella dell’essere vivi.

Un’immagine, all’improvviso, nella mente di Ettore: la scena di un kolossal guardato da bambino, da spettatore clandestino raggomitolato tra i seni della madre e i vasi della finestra di casa che affacciava sulla piazzetta di Forio, dove era proiettato. Ad un ragazzo dalla pelle color ruggine avevano mozzato la testa con un colpo netto d’ascia, tanto da lasciarlo ancora dritto come un giunco, proprio come i vivi, ma semplicemente senza la testa, che poi forse non serve tanto, perché al figlio di Salvatore dicono sempre che nun ten’ ‘a cap’ ‘ngopp ‘e spall’, allora è ‘o ver’ che accussì se pò campà.

Ma era stato davvero lì, in quella casa sul mare? E con sua madre? Forse l’aveva solo immaginato.

Mare. Madre. Tante lettere in comune. E montagna? Iniziava comunque per m, ma non assomigliava più di tanto alle altre due parole.

“Ma perché il mare si chiama mare e la montagna montagna? Chi l’ha deciso?”.

Ettore era tornato ad interrogare il suo reticente compagno di viaggio. L’unica risposta ricevuta dall’altro fu un movimento rotatorio degli occhi, che ricaddero su una parola qualsiasi del giornale dietro cui si stava barricando da buoni venti minuti.

Se le parole sono le cose, e le cose le ha create Dio, allora, o Dio aveva creato anche le parole, o l’uomo aveva costruito tutto l’universo, pensò Ettore.

Ma lo poté dire solo a se stesso.

Le porte dell’autobus si aprirono di nuovo, e questa volta rigurgitarono una donna trafelata, che prese a guardarsi attorno. Cercava qualcuno.

L’anziano la vide.

Non la riconobbe.

Ettore si sentì chiamare ripetutamente “papà” da quella donna che, intanto, lo conduceva fuori, mentre tornava ad essere la sconosciuta madre di suo padre.

Il passeggero scontroso che odiava i fiori fece capolino, per un attimo, dal suo giornale-trincea, giusto in tempo per vedere strapparsi dalla giacca del molesto passeggero, impigliata nella stretta meccanica della porta dell’autobus, un’etichetta con su scritto il suo nome, cognome, indirizzo e tutto l’oblio della sua malattia.