L’uso degli psicofarmaci per la depressione è raddoppiato nel corso degli ultimi dieci anni, ed è un fenomeno che riguarda prevalentemente il mondo occidentale, lo descrive benissimo il libro di Elizabeth Wurtzel  “Prozac Nation”. Negli anni ’70   gli psichiatri americani avevano prodotto un libro che descriveva, in dettaglio, tutti i sintomi di diverse malattie mentali, in modo che potessero essere identificati e trattati allo stesso modo in tutti gli Stati Uniti. Si chiamava il manuale diagnostico e statistico. Nell’ultima edizione, sono stati  presentati nove sintomi che un paziente deve mostrare per avere un diagnosi di depressione – come, ad esempio, il diminuito interesse per il piacere o il sentirsi giù costantemente.  Per arrivare alla diagnosi di depressione, si doveva mostrare almeno cinque di questi sintomi per diverse settimane.

Il manuale fu stato inviato ai medici negli Stati Uniti che  iniziarono a usarlo per le diagnosi. Tuttavia, dopo un po riscontrarono qualcosa che non li convinceva. Se seguivano questa guida, dovevano diagnosticare come depressa ogni persona in lutto che veniva da loro. Infatti quando si perde qualcuno, questi sintomi sono naturali. Quindi, i medici si chiedevano se dovevano prescrivere psicofarmaci a tutti coloro che avevano subito un lutto.

Così fu presa la decisione che ci sarebbe stata una clausola speciale aggiunta all’elenco dei sintomi della depressione. Nulla di tutto ciò si applica, hanno detto, se hai perso una persona cara nello stesso anno o l’anno precedente. In quella situazione, tutti questi sintomi sono naturali e non un disturbo mentale. Questo venne chiamato  “l’eccezione del dolore” e sembrava aver risolto il problema.

Poi, con il passare degli anni e dei decenni, i medici in prima linea hanno iniziato a porsi  un’altra domanda. In tutto il mondo, i medici sono stati incoraggiati a dire ai pazienti che la depressione è, in realtà, solo il risultato di uno squilibrio chimico spontaneo nel cervello – è prodotta da un basso livello di  serotonina o da una mancanza naturale di qualche altra sostanza chimica. Non è causato dal tipo di vita che le persone conducono o dalle loro esperienze, ma dal  cervello che smette di produrre la giusta quantità di neurotrasmettitori.

Alcuni dei dottori  cominciarono a chiedersi quanto altre situazioni  fossero simili “all’eccezione del dolore”. Se si accetta il fatto che i sintomi della depressione sono una risposta logica e comprensibile alla perdita di una persona cara, allora anche tutta una serie di altre circostanze di vita  potrebbe essere una risposta accettabile per questa sintomatologia? Che dire se si perde il lavoro? Cosa succede se si ha un lavoro che si odia e ci si deve rimanere per i prossimi 40 anni? Che dire se sei solo e senza amici?

”L’eccezione del dolore” sembrava aver creato un buco nell’affermazione secondo cui le cause della depressione sono rinchiuse nel cranio. Ha suggerito che ci sono cause al di fuori, nel mondo, e hanno bisogno di essere investigate e risolte lì. Questo è  un dibattito che la psichiatria attuale (con alcune eccezioni) non vuole avere. Quindi, hanno risposto in modo semplice – riducendo l’eccezione del dolore. Con ogni nuova edizione del manuale hanno ridotto il periodo di dolore che era stato concesso prima di essere etichettato come malattia mentale – fino a pochi mesi e poi, infine, a nulla. Ora, se si perde un bambino alle 10, il medico può diagnosticare la malattia mentale alle 10,01 e iniziare immediatamente prescrivere psicofarmaci…

La seconda parte verrà pubblicata nei prossimi giorni

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