A circa venticinque anni dalla scomparsa, Napoli rende onore a Maurizio Estate che il 17 maggio 1993, a soli 23 anni, perse la vita, trucidato da giovanissimi assassini.

Maurizio aveva una colpa: sentirsi parte di quella cosa che si chiama società civile. A lui interessava quello che accade al prossimo, per questo, nel suo autolavaggio di Vico Vetriera a Chiaia, non aveva esitato a sventare il tentativo di rapina ai danni di un suo cliente, mettendo in fuga i due balordi responsabili, piombati nel garage su una vespa. Purtroppo aveva visto bene in volto quello che era seduto dietro, il quale si era spavaldamente girato a ingiuriarlo.

Per questa colpa era morto dopo poche ore, assassinato per essere in grado di riconoscere in una rappresaglia della malavita. Il luogo in cui era caduto esanime da pochi giorni si chiama Largo Maurizio Estate e il suo assassino può andarci a passeggiare liberamente, perché è fuori dal carcere dal 2008.

L’assassino aveva 17 anni all’epoca dei fatti.

Una storia così procura sgomento, un giovane assassinato da un altro giovane, il primo espressione della società sana che percepisce se stessa come comunità, il secondo frutto di una delinquenza selvaggia che uccide per vendetta, senza valori e senza scrupoli.

Eppure a questo genere di cose possiamo dirci assuefatti. Viviamo in una società violenta in cui la legge della giungla sembra in tante occasioni valere anche per il genere umano, nonostante l’evoluzione della specie, nonostante le creazioni del pensiero, le norme, le carceri, le preghiere.

Quello a cui non siamo assolutamente abituati è l’omicidio senza scopo, senza volontà di accaparramento, di vendetta, insomma senza passione. Ci atterrisce l’assassinio per noia, per curiosità, addirittura per misurare il proprio valore, in un sistema assolutamente fuori controllo.

L’assassinio di Maurizio, nella sua tragica dinamica, è in un certo senso più ragionevole. I tasselli ci sono tutti: un contesto di degradazione, un eroe urbano, un cattivo suo antagonista, un movente, il delitto.

Ma nel caso delle baby gang mancano molti di questi elementi, perfino l’antagonista più che cattivo può essere definito annoiato, disumanizzato e per questo agghiacciante nell’esprimere una violenza senza senso.

Come in “Arancia meccanica”, un branco di sfaccendati, magari deboli se presi isolatamente, magari vittime in altri contesti (familiare, scolastico, ecc.) si trasformano in aguzzini e si scagliano contro altri giovani come loro. Siamo al di fuori di ogni schema noto, fuori dal conflitto generazionale, politico, religioso, dal conflitto indotto da qualsiasi matrice di fanatismo. Fuori da ogni regola, è questo quello che spaventa.

Atomi impazziti e disumanizzati che mettono in atto una dinamica sociale nuova e per molti versi sconosciuta. Una dinamica che va arginata subito.

Ricordare Maurizio Estate serve anche a questo. Un atto dovuto intitolargli il largo dove ha perso la sua giovane vita per salvare, 25 anni fa, l’orologio di un cliente e oggi, auspicabilmente, il sentimento della comunità. Quel sentimento che mette insieme e in marcia, che non fa sentire nessuno isolato e frammentato. Quel sentimento che può generare un corteo, come quello che il 17 gennaio scorso ha riunito le scuole della nostra città.

Per un dramma in cui le vittime e i carnefici condividono gli stessi anni di nascita, l’antidoto può essere prodotto da quella stessa generazione se riconosce nel giovane Maurizio un eroe e non uno sprovveduto.

A noi adulti, carichi della nostra memoria, il compito di celebrare gli eroi.