di Fernanda Zuppini e Carlo Fedele

“Maso Aniello il pescatore, il forte popolano di mercato, colui che sorge a personificare l’onnipotenza della rivoluzione. Sorge, combatte, trionfa. L’albagia dello straniero si piega dinanzi al capitano vincitore della libertà. La fierezza castigliana si umilia davanti al pescatore fatto padrone di un regno”.

Vistosi a mal partito, e incapace di controllare la situazione che minacciava di contagiare le altre Province del Regno, il pavido viceRé riparò nel Convento di San Luigi, donde inoltrò all’arciVescovo Ascanio Filomarino un impegno all’abolizione delle imposte; si spostò poi a Castel Sant’Elmo, ove si pose sotto la protezione del Capitano Martio Galiano; si rifugiò, infine a Castel nuovo finendo, per scarsità di munizioni e viveri, col ritornare in città e accettare le umilianti condizioni dei Ribelli.
Il Pescivendolo era soddisfatto; Genoino, invece, inseguendo un più ambizioso progetto, pretese il rilancio di un vecchio Privilegio concesso nel 1517 da Carlo V: riconoscere al Popolo una rappresentanza pari a quella dei Nobili e la giusta riduzione e ripartizione delle tasse tra Ceti. Amico della Plebe, il Primate Genoino si propose mediatore ostenendo quelle rivendicazioni.
Nella notte tra il 7 e l’8 luglio furono puniti tutti gli esattori di gabelle: per primo Girolamo Letizia, cui bruciarono la casa per aver fatto arrestare la moglie di Masaniello. Analoga sorte toccò a diversi palazzi nobiliari, alle case di ricchi mercanti e a quelle di potenti come Andrea Naclerio, che fu fucilato. Arsi pure i Registri delle imposte, i ribelli liberarono tutti i detenuti per contrabbando mentre Genoino otteneva la rimessa in vigenza dei documenti richiesti. Gli atti del viceRé risultarono, però, falsi e il Duca di Carafa, che tentò di passarli per buoni, fu smascherato e messo in fuga per sottrarsi alla furia dei Popolani, assieme al Priore della Roccella Gregorio Carafa.
Il 9 luglio, mentre si aspettava la consegna di quelli autentici, Masaniello occupò la basilica di san Lorenzo e s’impadronì dei cannoni alloggiati nel chiostro: fu quanto bastò per la consegna del Privilegio originale al Cardinale Filomarino, che lo cedette a Genoino.
Il 10 luglio, quarta giornata di rivolta, il Duca di Maddaloni promosse un attentato in danno della vita di Masaniello, mandando trecento banditi nella chiesa del Carmine, suo sito di riferimento: la folla furiosa uccise Domenico Perrone, il capobanda, e rincorse gli Altri, prima di vendicarsi sul fratello del Mandante, don Giuseppe Carafa che, ucciso, fu decapitato per far dono della sua testa al Pescivendolo.
Nella stessa giornata, entrarono nel golfo le galee spagnole di stanza a Genova. Temendo uno sbarco, gli insorti gli ordinarono di restare a un miglio dal porto, costringendo l’ammiraglio Giannettino Doria a implorare almeno la possibilità di reperire scorta di viveri per l’equipaggio: la richiesta fu soddisfatta con quattrocento pezzi di pane.
In ogni periferia napoletana, intanto, rimbalzò il nome di Masaniello come Paladino dei Deboli e dei Poveri: giovedì 11 luglio, dopo la ratifica dei Capitoli del Privilegio da parte dell’Assemblea ancora riunita nella chiesa del Carmine, egli fu festeggiato e, col Cardinale Filomarino e il nuovo Delegato popolare Francesco Antonio Arpaja, si recò a palazzo reale per incontrarvi il viceRè.
Fu proprio mentre riceveva la nomina a Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano che, colto da malore, manifestò, secondo alcuni, i primi sintomi d’instabilità mentale.
Per altri, Masaniello crolla ai piedi del Vicerè svenuto, come schiantato dallo stress, dall’insonnia, dalle terribili responsabilita’ che aveva assunto. mas4Filomarino, scrivendo a papa Innocenzo X, lo descrisse così: «Questo Masaniello è pervenuto a segno tale di autorità, di comando, di rispetto e di ubbidienza, in questi pochi giorni, che ha fatto tremare tutta la città con li suoi ordini, li quali sono stati eseguiti da’ suoi seguaci con ogni puntualità e rigore: ha dimostrato prudenza, giudizio e moderazione; insomma era divenuto un re in questa città, e il più glorioso e trionfante che abbia avuto il mondo. Chi non l’ha veduto, non può figurarselo nell’idea; e chi l’ha veduto non può essere sufficiente a rappresentarlo perfettamente ad altri. Non vestiva altro abito che una camicia e calzoni di tela bianca ad uso di pescatore, scalzo e senza alcuna cosa in testa; né ha voluto mutar vestito, se non nella gita dal Viceré. »
Molti dubbi, anche validi, sono stati espressi circa la presunta follia di Masaniello. Probabilmente il comportamento di Tommaso Aniello era mutato a causa dell’improvvisa ascesa al potere, e gli “atti di follia” che commise erano in realtà causati dall’incapacità di gestire grandi responsabilità di comando.Un potere che nessun umile pescivendolo si sarebbe mai sognato di avere. Poter legiferare a proprio piacimento dall’alto di un tavolato montato proprio sotto casa sua da commedianti che avrebbero dovuto esibirsi, parlare ai nobili con pari dignita’; essere chiamato Signoria Illustrissima da Doria; essere a capo del corteo del Vicere’ di Palermo su di un cavallo bianco con un vestito bianchissimo ed un cappello di piume.
La stessa moglie Bernardina, definita la Regina del popolo, riceveva riverenze da nobili e prelati. Masaniello era molto amato dal popolo, che vedeva in lui il riscatto di secoli di oppressioni e di ingiustizie. Molti furono gli amici ma altrettanti furono i nemici.
Il 13 luglio c’e’ la cerimonia in Duomo, e i “Capitoli” emendati sono firmati davanti al Cardinale, malgrado l’opposizione della grande nobilta’. Durante la cerimonia in chiesa, Masaniello crolla di nuovo, come in deliquio. Si straccio’ di dosso la ricca veste d’argento dicendo di voler rinunciare al titolo di Capitano generale. Egli e’ ormai l’uomo che governa la citta’ con l’ausilio di uomini di legge a lui fedeli.
Nei giorni successivi il Vicere’ si vide costretto a dare sempre maggiori concessioni al popolo per opera di Masaniello, guidato da Genoino che lo istruiva sul da farsi durante i loro incontri segreti al Carmeniello. Grandi momenti di gloria ebbero coloro che furono vicini a Masaniello. Lo stesso pescatore venne nominato Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. Bernardina, la moglie, venne piu’ volte invitata al palazzo da cui scendeva carica di doni preziosi. In uno di questi incontri, a tu per tu con la Viceregina, le disse :”Vostra eccellenza e’ la Viceregina delle signore, io sono la Viceregina del popolo“.
Con la moglie, Masaniello divenne frequentatore della Corte e ottenne il rispetto del viceRè e della nobiltà: aveva accantonato le maniere del Pescivendolo e, atteggiandosi a Signore, sotto la casa di Vico Rotto volle un palco dal quale legiferare quando avesse voluto, a nome del Re di Spagna. Genoino non era più in grado di controllarlo e il popolo cominciava a prendere le distanze dalla sua delirante megalomania. La popolazione non vedeva di buon occhio il fatto che un popolano pretendesse simile obbedienza e rispetto, ed iniziò a credere alle voci sulla sua pazzia.
Il potere di Masaniello non ha piu’ ragione di esistere, ma lui non ne vuole sapere iniziando a diventare pericoloso anche per coloro che dapprima erano suoi amici, come Genoino. Per fermarlo bisognava solo ucciderlo e molti tentativi furono fatti finché Tommaso capisce che la sua vita e’ davvero in pericolo. Eppure, cadra’ nella trappola.

di Fernanda Zuppini e Carlo Fedele

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