L’autobiografia
Raffaele Viviani inizia a scrivere il libro delle sue memorie Dalla vita alle scene nel 1928, all’età di quarant’anni, in un momento di grande successo di questo genere letterario.
“Questo libro parla di come io nacqui, di come io pervenni, di come io ho sofferto e a prezzo di quali sforzi mi conquistai la notorietà”. (R. VIVIANI, Dalla vita alle scene, Napoli, Guida editori, 1988, p. 9.)

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Vecchia e nuova Piedigrotta nei ricordi di Raffaele Viviani:
La prima sensazione della festa di Piedigrotta mi è rimasta fissa nel ricordo. Ero bambino, potevo avere un cinque anni, e già da poco cantavo al teatro dei “pupi” in Porta San Gennaro. La sera, tardi, poiché ero solito addormentarmi dopo il “mio numero” ancora con gli abiti da marionetta, che indossavo, il capo chino sulla spalla, seduto su un cassone, mio padre per non svegliarmi mi faceva deporre in un grosso cesto che serviva a portare la cena da casa e mi faceva trasportare sul capo da un suo scritturato, un tal Michele Migliatico.
Quella sera di Piedigrotta, tutto rannicchiato in quello strano vagone letto, ricordo che fui improvvisamente svegliato da un insolito frastuono, una gazzarra imprevista: suoni di “trummette”, voci, botte. Non ero abituato e mi misi a piangere, spaventato. Che accadeva intorno a me? Niente: tutto quel clamore indicava che era una notte di festa, la più incredibile delle feste. Volli scendere dalla cesta e fare il tratto dal teatro a casa a piedi, beato e meravigliato, trotterellando a fianco di mio padre.
Via Foria era come incendiata dai bagliori delle più avvampanti luminarie. Una marea di gente affollava la strada: tutti erano vestiti di curiose fogge e portavano sul capo berretti che non avevo visto mai ed ogni tanto davano fiato ad uno strano arnese ad imbuto che stringevano nelle destre e ne veniva fuori un latrato che a me sembrava sinistro. Altri soffiano inaspettatamente e veniva fuori dalla loro bocca una lingua lunghissima di carta: la lingua di Menelick; altri ancora gettavano piogge di coriandoli e nastrini di carta come per avvolgere l’aria in nodi impossibili. E quanto ben di Dio lungo i marciapiedi: maruzzari con i loro trofei a forma di cetra floreale e le loro pignatte di rame lucente, maccarunari con le loro caldaie fumanti e uomini i quali mangiavano avidamente grossi piatti di maccheroni, che scivolando come bianchi serpentelli nelle bocche semichiuse, sibilavano allegramente, nel risucchio della saliva. E poi fruttivendoli, venditori di fichi d’India, che gridavano: tre colpi un soldo ed il cliente s’avvicinava; era fornito d’un grosso coltello che serviva, a distanza, per “appizzare” a terra, il frutto; se l’operazione riusciva il fico d’India era mangiato. Spesse volte però, qualche ragazzetto furbo faceva distrarre il venditore e in un “batter d’occhi” “appizzava” il frutto da vicino.
…Piansi, ricordo, amaramente, quando mio padre mi costrinse a rincasare quella notte, e per più giorni, rimasi ‘nguttuso, avrei voluto andare pure io a Piedigrotta.
Ci andai già ragazzino, in compagnia di alcuni amici. Eravamo decisi quella notte a far baldoria, coscienti del nostro diritto a divertirci. Armatici di “trummette” e di tutti gli altri strumenti piedigrotteschi, rubati per via ai passanti, muovemmo verso la Riviera, dove più impazziva la festa, ebbri di gettarci nel turbine di quella notte incredibile. Tutto è permesso a Piedigrotta. Questo era il nostro grido.

Miseria_e_nobiltà
Già più adolescente, e per seguire compagni più scavezzacolli, taluni dei quali veri e propri “scippatori”, cioè ladruncoli di frutta e di fazzoletti, in occasione di Piedigrotta, mi recavo con essi al Ponte di Casanova per la “petriata”.
Era una sorta di finta battaglia che avveniva fra due squadre: quella del Borgo Loreto e quella di Borgo Sant’Antonio, alla quale appartenevo: battaglia a sassi, che venivano lanciati, dietro l’ordine del caposquadra, a mezzo di rudimentali fionde, dette “giunchee”, di canapa intrecciata. I “guerrieri” erano vestiti di tutto punto: armi di latta, cimieri di stagno, decorazioni di carta. Purtroppo questo gioco che aveva sempre un suo pubblico fedele, tanto che un famoso organizzatore di carri voleva portare il “numero” davanti alla Commissione dei festeggiamenti, terminava sempre con qualche ferito vero. Una volta, il ferito fui io. Una pietra mi aveva colpito, al naso, rompendomi il “setto” (ecco perché il mio naso è ora di forma sui generis). Mio padre, severissimo, accorso sul posto, mi afferrò per un orecchio e dal Ponte di Casanova a casa nostra, al Vico Finale: ogni passo uno schiaffo, noncurante del sangue che mi colava copioso e dei miei pianti che assordavano l’aria più dei suoni strazianti delle trombette.
Da giovanotto, il mio interesse per Piedigrotta fu, dirò, più artistico e più di una volta fui fra i cantori sui carri famosi che erano soliti sfilare fra la calca di popolo. Ma il ricordo di quel “mazziatone” paterno non mi abbandonò mai. Ed anche adulto, rincasando all’alba, dopo la festa fui sempre preso dalla nostalgia di mio padre.
Com’erano belli e festosi i carri di Piedigrotta. Anche le cavalcate, che imponenza! Quella di Carlo d’Angiò con tutto il seguito: cavalli bianchi, con gualdrappe reali e centinaia di valletti. La cavalcata coloniale era anch’essa di una fantasia incredibile. Il re negro, piumato, e i mori, dei bruttissimi ceffi nostrani che la gente, al passaggio, riconosceva di sotto le barbe ed il trucco e chiamava per nome: “Viciè…” “Aità…”.
La giuria era a piazza Sannazzaro, su un palco costellato da lampadine tricolori, pronta a giudicare, mentre dal mare i fuochi pirotecnici illuminavano centinaia di barche, ciascuna con una sua orchestrina a bordo e la sua comitiva. Non si sapeva più dove volgere lo sguardo, si era attoniti ad ammirare ogni cosa e si respirava la gioia di vivere, quella sera. Il mio popolo era come me, felice.

Sentiva la sua festa.
Sta festa ‘o ssa
nasce e more ccà!
Chi ‘a vo’ rifà
nun ‘a po’ imità!
È stesso ‘o popolo che ‘a da,
e chistu popolo sta ccà,
e a nisciun’atu pizzo ‘e munno a’ può truvà!

Ci sono tornato ad una festa di popolo, a quella della Madonna del Carmine, questo anno. C’erano le bancarelle come una volta, le arcate luminose; la folla gremiva la vasta piazza del Mercato, sempre. Ho visto gli stessi fuochi di prima e l’incendio del Campanile di fra Nuvolo. Ma la gioia non ho respirato, né l’ebbrezza pagana della plebe nella sua esaltazione divina. La gente camminava sulle macerie. Ad ogni passo, ciascuno le sentiva sotto le scarpe e doveva stare accorto per non cadere. Le facce gialle, rosse, verdi, illuminate dai fuochi artificiali erano ferme a guardare composte e pensose, come se lo spettacolo non fosse tripudio. Tra la gente e la festa, era passata la guerra con i suoi bombardamenti, con le sue rovine, con i suoi morti.

di Carlo Fedele

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A proposito dell'autore

Carlo Fedele

Pur essendo passato sotto innumerevoli Forche Caudine, rimane perennemente in attesa di giudizio

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