Fosse stata davvero riconosciuta in quanto tale, l’isola di Santo Stefano, da tempo disabitata, facente parte dell’arcipelago delle Isole Ponziane, sarebbe stata forse la più piccola repubblica al mondo. Infatti, non tutti sanno che…
L’isola è stata la sede di un importante carcere borbonico e teatro di una singolare impresa: il tentativo da parte di detenuti camorristi di costituire uno stato autonomo.
Ferdinando IV di Borbone (futuro Ferdinando I delle Due Sicilie) ebbe l’idea di edificare un carcere nell’isola, innalzato secondo i principi di permettere ai sorveglianti di osservare i detenuti presenti nel carcere senza permettere a questi di capire se fossero osservati o meno.
I Borboni erano usi costruire carceri sulle isole (vi erano carceri nelle isole siciliane, come Favignana o come le isole Tremiti).
Durante il soggiorno in questi penitenziari, i camorristi riuscirono a creare una rete di collegamento tra loro attraverso la “Bella Società Riformata“, organizzazione fondata da dodici camorristi che controllavano i vari quartieri napoletani nel 1820 sulla falsariga di tutte quelle sette segrete che andavano via via fiorendo nel Regno, come i Calderali borbonici o la Carboneria.
Questa organizzazione era molto attiva nelle carceri isolane dove, tramite anche accordi con le guardie locali, prosperava e dominava incontrastata. Qui i camorristi confinati sì atteggiavano a cittadini privilegiati di stati indipendenti dal regno al quale, invece, erano sottoposti.
Nell’ottobre del 1860, quando la guarnigione borbonica che presidiava l’isola raggiunse in massa la città di Capua, dove l’esercito di Francesco II era assediato dalle truppe piemontesi, lasciando così sguarnito il carcere, gli ottocento reclusi sopraffecero facilmente i quaranta custodi e, varcato il cancello del penitenziario, si sparpagliarono sull’isola. I camorristi napoletani, essendo in maggioranza e bene armati (dalle celle al momento opportuno spuntava di tutto…), presero in pugno la situazione, costituendo una giunta che denominarono «Commissione per il buon ordine» con a capo una sorta di luogotenente, tale Francesco Venisca.
Ciò fu possibile grazie all’accordo preso con i guardiani oramai alla loro mercé e i pochi pescatori allora residenti sull’isola.
Nei pochi mesi della sua esistenza, la piccola repubblica si diede anche un senato la cui attività, fu principalmente quella di giudicare e condannare coloro che avevano infranto le regole statutarie.
Infatti, questa cosiddetta repubblica di Santo Stefano si dette anche uno statuto, composto solo da quattro articoli:

Art.1. Qualunque condannato uccidesse un suo compagno a tradimento sarà punito con la morte.
Art.2. Qualunque condannato offendesse i superiori dell’ergastolo, guardiani, per vie di fatto o per minacce, sarà punito con la fucilazione.
Art.3. Qualunque condannato offendesse la vita e le sostanze degli isolani sarà punito con la morte.
Art.4. Qualunque isolano offendesse l’onore delle famiglie appartenenti ai superiori, guardiani e persone oneste dell’isola, sarà punito con la morte.
Tra i vari processi, avvenuti in quei pochi mesi, ce ne ricorda qualcuno Vittorio Paliotti, nel suo libro «Storia della Camorra». Per esempio, il povero Pasquale Urso, reo di aver rubato della farina, fu punito con cinquanta bastonate e con trenta giorni di reclusione; Antonio Margiotta, per aver sottratto ad un pescatore locale due pali di legno ed un grappolo d’uva, fu obbligato a fare il giro dell’isola con la refurtiva legata addosso. Vi furono anche delle condanne a morte: la più curiosa riguardò la sorte del camorrista Giuseppe Sabia, colpevole di aver rubato una capra a dei pastori locali che, sorpreso dallo stesso presidente Venisca mentre la arrostiva, fu colpito a morte.

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Nel gennaio del 1861, i marinai italiani sbarcarono sull’isola e vi riportarono la legge. Pochi anni dopo fu istituito, dal neonato Regno d’Italia, un processo a carico dei camorristi di Santo Stefano ma, complici la scarsezza dei testimoni e delle prove, il processo iniziò solo nel 1866 e terminò nel 1872. Per difesa degli imputati, fu presentata una richiesta straordinaria la quale proponeva alla corte «l’inesistenza di reato sotto il rapporto dell’esercizio di un potere legittimamente costituito, conforme alle supreme esigenze dei tempi eccezionali». Ciò mise in seria difficoltà i giudici che, per poco, non riconobbero la sovranità di questa insolita repubblica.

di Carlo Fedele