La nostra storia, le “Quattro Giornate di Napoli”

Gente di casa mia, gente di Napoli, un popolo che ha vissuto e combattuto senza limitazioni, con tanta paura ma sempre presente, uomini, donne, bambini, “scugnizzi “, anziani… Nei 4 anni della seconda guerra mondiale, la mia gente fu protagonista di uno degli avvenimenti storici, che  poi valse il conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare alla città di Napoli ed alla gente di Napoli. In soli 4 giorni i napoletani, con l’aiuto di militari fedeli all’Italia, riuscirono a liberare la propria città dall’occupazione delle forze armate tedesche. Molte storie ho sentito, molti aneddoti raccontati dalla voce di mio padre, lui ha vissuto quei momenti, era presente, era lì… I nazisti distruggevano, saccheggiavano, avevano ordini ben precisi dettati da Hitler: ridurre la città in fango e cenere. Edifici dati alle fiamme, gente indotta con la forza ad assistere inerme e in ginocchio all’esecuzione di un marinaio sulle scale dell’università, dove tra i vari volti terrorizzati e dispiaciuti, c’era anche quello di mio padre, un ragazzino terrorizzato, inerme per quello che stava succedendo. Erano arroganti i nazisti, tanto da lasciare armi e munizioni incustodite nei depositi militari. Un giorno mio zio si presenta a casa con una scatola piena di munizioni e bombe a mano, mio nonno ex carabiniere a cavallo lo scopre, scende al deposito con la scatola e disattiva le bombe, e apre a uno a uno le munizioni rendendole inutilizzabili. Erano sicuri, i nazisti, di avere a che fare con un popolo di gente arrendevole e terrorizzata da un lungo periodo di stenti e privazioni.

Era una città stanca, disperata, affamata e senza acqua ma con un cuore vivo e pulsante, con ancora la forza, il coraggio e la determinazione che ha caratterizzato allora, e ancora persiste nella popolazione di Napoli. Nella notte tra il 27 e il 28 settembre ci fu un via vai incessante tra le caserme e le abitazioni, si cercava qualsiasi cosa, cibo, vestiti, armi e munizioni. Erano decisi a scendere in strada, il popolo, quella gente aveva trovato il coraggio, la forza… la forza della disperazione. Sollecitati da false notizie sull’arrivo degli inglesi a Pozzuoli e Bagnoli, già si erano avuti piccoli scontri che rivelarono uno stato d’animo coerente con ciò che sarebbe accaduto da li a poche ore. L’alba del 28 settembre vide una città esplosa, incendiata, dal Vomero a via Chiaia, a Piazza Nazionale, nessuno sapeva cosa esattamente sarebbe successo nell’altra zona della città ma tutti, per spirito di unione, avrebbero fatto la stessa cosa, una giornata sfrenata e travolgente, decine e decine di combattimenti… decine e decine di ragazzini… chi cadeva sotto una granata, chi sotto la mitragliatrice di un carro armato nell’intento di lanciare bombe a mano, tutto accadde senza un piano preciso, senza collegamenti tra un quartiere e l’altro, un’azione andava a beneficiare del successo di un altra. Un gruppo di persone al Moiariello di Capodimonte, riuscì ad impossessarsi di una batteria 37/54, e bloccare per l’intera giornata una colonna di carri Tigre e di auto blindo tedeschi intenti a scendere per la Calata Capodichino, se non fossero stati fermati, i nazisti, ci sarebbe stato un finale ben diverso e molto cruento per la popolazione. I napoletani conquistano il centro, e inducono i soldati a prendere una strada diversa, l’attacco viene fatto a gruppi, a salti, proprio come in una vera guerra, ma si dovettero fermare per un violento uragano che cadde sulla città.

Il 29 settembre si ha il culmine dell’insurrezione napoletana, con un afflusso di giovanissimi ragazzi e adolescenti. Nel mentre iniziano le manovre di organizzazione, troviamo Antonio Tarsia al comando del Vomero, ed  in ogni altro rione spunta fuori un capo-gruppo: Stefano Fadda a Chiaia, Ezio Murolo a P. Dante, Aurelio Spoto a Capodimonte, e mentre la città fa fuoco, ecco la risoluzione: al Vomero il comandante del presidio maggiore Sakan chiede di trattare la resa. Fu accompagnato con la bandiera bianca presso il comando superiore germanico, Scholl è costretto a far evacuare dal campo sportivo i 47 ostaggi a patto che i partigiani  garantiscano l’immunità al presidio tedesco. Una grandissima umiliazione per Scholl, che pensava di aver in pugno la città, ma che è costretto suo malgrado, a chiedere salva la vita ad un gruppo di ribelli. Il 30 settembre la maggior parte della città è stata evacuata dai tedeschi, ma nonostante ciò continuano gli scontri in alcune zone della città, gruppi di guastatori tedeschi uccidono alcuni ragazzi, alla Pigna avviene un ultimo combattimento, questa volta con cruenti corpo a corpo tra tedeschi e patrioti, e fino a quasi tutta la giornata ci saranno altre sparatorie. 1 ottobre, i tedeschi hanno quasi portato allo sterminio la popolazione con violenti scontri a fuoco, bombe e fucilate fino a quasi mezzogiorno, ma  un’ora più tardi gli angloamericani faranno la loro entrata nella città. Una rabbia incontrollabile carica di vendetta accende i nazisti, distruggono la memoria più preziosa di quella gente, umile, ma coraggiosa, pronta a sacrificare la propria vita pur di non piegare la testa sotto i loro ordini. Quel giorno i tedeschi come ultimo atto di viltà, danno fuoco all’archivio storico di Napoli, si portano via la memoria della storia del Mezzogiorno dal Medioevo in poi.

Emanuela Genta

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