La Napoli musicale dalla serenata al melodramma (dal 1200 al 1700)

di Carlo Fedele

Ultimi guizzi di vita per lo strambotto e la frottola nel ‘500 che fu il secolo d’oro per la canzone napoletana. Mentre il Madrigale è in gran voga, scoppia la moda della Villanella “affinata”. I musicisti, in cerca di raffinatezze, ne scrivono moltissime a più voci così che possano essere presentate nelle Corti e tra i colti nobili, come vere e proprie opere d’arte. Fu talmente amata che varcò anche i confini d‘Italia; infatti, fu dovunque imitata e stampata con la denominazione di “Villanella alla Napolitana”, come una vera e propria denominazione di origine controllata dei nostri giorni. Fra gli altri: Giovan Battista Basile, Giulio Cesare Cortese, Filippo Sgruttendio, Velardiniello (Passaro Bernaldino detto Velardiniello, primo grande poeta in lingua napoletana), Sbruffapappa (di cui ci resta la famosa villanella: “O Dio! che fosse ciàola e che bolasse a ssa fenestra a dirte na parola ma non che me mettisse a na gajola…”) hanno lasciato molti componimenti o frammenti di versi scritti per questa forma musicale. Mi piace ricordare anche qualche compositore; Andrea Falconieri, Giovanni Del Giovane, Francesco Lambardi, Gian Domenico Montella, Antonio Scandello, Donato Antonio Spano, e molti altri.

Moltissimi i fogli volanti (le primigenie Copielle) purtroppo andati perduti. Molto importanti erano le esibizioni dei cantanti nelle feste popolari (nei giorni di San Giovanni a Mare e Santa Caterina a Formiello), oppure in quelle familiari. Particolarmente impegnativo era il mese di Maggio, poiché i napoletani gareggiavano in serenate e mattinate, balli, pranzi, cene e canzoni; queste celebrazioni si ispiravano alle più antiche Maggiolate Fiorentine (il Majo). La prima “villanella” a stampa è del 1537, la famosa “Voccuccia de ‘ no pierzeco apreturo”. L’ultima è del 1652. In questo 1500, quando indiscutibilmente il dialetto assurge a lingua, un congruo gruppo di professionisti poeti, avvocati, architetti di corte si cimenta in strambotti, frottole e ballate colte. Ma a Napoli più che altrove come si è detto, l’intellighenzia e la nobiltà avevano l’orecchio pronto a carpire le arie popolari che ormai da tempo avevano invaso la città, perché è in quest’epoca che comincia il grande inurbamento del contado.

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Col 1502 comincia la dominazione spagnola, Napoli diventa vicereame, la lingua nazionale cambia, ma il dialetto paradossalmente si fortifica.Piazza Castello diventa il centro musicale di questa città, come la taverna del Cerriglio e lo scoglio di S. Leonardo al borgo di Chiaia, dove poeti e musicisti si riunivano per comporre nuove villanelle che il popolo faceva sue e cantava per le strade e nelle feste popolari. Poeti rapsodi, spesso cantori oltre che abili musicisti, partecipavano a feste e balli popolari ed erano ricercati ed applauditi dappertutto. Tradizione antichissima ha la Posteggia. Si potrebbe far risalire la sua origine al greco RAPSODO e, via via, ai latini JACULATORES, ai medioevali TROVIERI e MENESTRELLI. Essa è, insomma, l’erede degli antichi cantori girovaghi, che portavano dalla Corte e dal Castello i canti al popolo dei borghi e delle campagne e, viceversa, i canti del popolo alla Città ed alla Corte. Con l’andare del tempo questa forma d’intrattenimento divenne un vero e proprio lavoro. Una bella nota di storico colore sulla posteggia può essere rappresentata dalla Corporazione riconosciuta dall’Eletto del Popolo, nel 1569, che anticipava di secoli la nascita della solidarietà corporativa. Infatti, i musicisti “ambulanti” consociati potevano fruire di un’indennità di malattia, premi matrimoniali e perfino il diritto di sepoltura a spese della Corporazione. Disponevano anche di una sede al Molo, nelle adiacenze della chiesa di San Nicola alla Carità. I protagonisti, primi al mondo, riusciti in quest’impossibile impresa, (che sarà negata ancora per lunghissimo tempo ai musicisti colti), furono: Masto Roggiero, Cumpà Junno, Muchio, Mase, Ciullo (Giulio)‘o surrentino, Giovanni Leonardo Primavera detto Giallonardo dell’Arpa, Sbruffapappa il più geniale artista del tempo, lo Cecato de Potenza e molti altri.

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A fine secolo comincia inesorabilmente il declino della canzone napoletana, determinato in buona parte anche dalla nascita di una nuova forma musicale che avrà grande sviluppo nel secolo a venire: il Melodramma. Arriva il ‘600 stracarico di cultura musicale, portando con sè il declino della villanella e l’evolversi e il trasformarsi del madrigale e, da questi, l’avvento del melodramma. Le villanelle concludono il loro ciclo evolutivo nascendo prima anonime e popolari nei “villici” borghi di campagna, poi popolaresche in città e, infine, villanelle auliche d’autore alla “toscanese” nelle Corti dei vari regni, per decadere, definitivamente, venendo meno la spontaneità e la semplicità di quando erano anonime e popolari. Il ‘600 dona alla nostra città i tre primi grandi poeti e scrittori: Filippo Sgruttendio da Scafati (?), Giulio Cesare Cortese (1575-1621) e Giambattista Basile (1575-1632). Nelle opere di questi tre grandi poeti del ‘600 si sente lo slancio puro e ardito del popolo che partecipa, con questa sua lingua corposa e “tosta”, a tutta la cultura del tempo, descrivendone la vita, i costumi e offrendoci, così, una viva, diretta, fresca testimonianza di essa. Nonostante la rivoluzione di Masaniello nel 1647, la peste del 1656 e il terremoto del 1688, il popolo, anche in queste tragedie, continuava a cantare per levarsi di malinconia. Le opere del Cortese, le dialogate Egloghe del Basile e la ‘Ntrezzata dello Sgruttendio prepararono la nascita della Commedia Dialettale e dell’Opera Buffa (1700).

E’ anche il secolo di “Michelemma’” e di “Fenesta ca lucive“: ognuno cerca di dare una paternità a questi due successi, ma lo storico Sebastiano Massa dice che, le citate opere, non sono “canzoni popolaresche” bensì dei puri “canti popolari”. Le condizioni sociali e morali del popolo napoletano alla fine del ‘600 sono disastrose, dopo varie dominazioni straniere la città era caduta nel disordine e nella miseria più nera. Solo dopo il trattato di Acquisgrana (1668) si assicurerà all’Italia di allora, un cinquantennio di progresso e di pace ma subendo, poi, il dominio austriaco. La Napoli di fine ‘600 e inizio ‘700 riversa nelle strade la voglia eterna di cantare ballando sfrenatamente le tarantelle, un ballo di moda e, allora, di grande successo. Tornando al melodramma, l’opera lirica, nata a Firenze nel Carnevale del 1597, rappresentata a Venezia per la prima volta nei 1637, fa capolino a Napoli nel 1651, in un teatrino fatto erigere, nel suo palazzo, per l’occasione, dal Viceré Conte d’Onatte. Voci sporadiche come quelle di Giulio Cesare Cortese, Sgruttendio e dei girovaghi poeti e musicisti Sbruffapappa, Masto Roggiero ed altri, non bastano a risollevare le sorti della canzone popolaresca.

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Giambattista Basile affermava scoraggiato:Queste canzoni di poeti moderni, che suonano di notte, non toccano il vivo! O bei tempi antichi, o canzoni belle, con parole ben fatte e concetti robusti, o musica da fare sbalordire… Oggi, tu non senti mai una buona cosa!.Tuttavia, il segno di questo secolo è pur rimasto. E’ la celebre Michelemmà (Michela è mia!), attribuita a quel genio bizzarro che fu Salvator Rosa, nata dopo la rivoluzione di Masaniello. Nelle opere coeve del Cortese e del Basile affiora la nostalgia per il bel tempo passato, per le forme antiche e per gli effetti d’abbellimento vocale tipici degli stili esecutivi dei musici locali. Se penuria di canzoni c’è stata, probabilmente si deve anche alla mancata ricerca operata all’interno delle opere scritte per il teatro che grande fortuna cominciavano a trovare presso il popolo; cito qualche esempio: “Le figliole che n’hanno ammore” del Cortese, “La rosa”, ecc. Altra considerazione importante è che il ‘600, il secolo del Barocco, vede anche la nascita di Pulcinella, di quel grandissimo attore comico che fu Silvio Fiorillo. Vediamo altresì nascere e affermarsi la letteratura in dialetto: il Cortese con: “Li travagliuse ammure de Ciullo e Perna”; il Basile con “Lo cunto de li cunte” splendida raccolta di fiabe; e lo Sgruttendio (forse “travestimento” dello stesso Cortese) con “la tiorba a taccone”: sono i soli a levare coraggiosamente in alto la loro voce.

di Carlo Fedele