“La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Sguardo dolce e magnetico, sorriso malandrino. Un fare da scugnizzo raffinato. È affascinante. È il re della Piazza Dante di Napoli, dove da più di cinquant’anni c’è la sua libreria: Tullio Pironti, editore e libraio che ha fatto la storia, a Napoli, intuito vincente per gli autori e un coraggio imprenditoriale speciale.

Lo vedo dietro una scacchiera ma per fortuna non interrompo nessuna partita, e dandogli del tu, perché Pironti è Tullio praticamente per tutti, incomincio a registrare la sua voce pacata, roca, che mi ripropone narrazioni avvincenti.

Ha fatto conoscere in Italia nomi come Don DeLillo, Raymond Carver, il Premio Nobel egiziano Naghib Mahfuz, Richard Hammer; ha avuto in catalogo Jean-Noel Schifano, Edmond Jabés, ha pubblicato “Meno di zero” di Bret Easton Ellis, il primo colpo di genio di Pironti Editore, come lo definì Mauro Covacich. Ma ecco che scorgo un brillio di commozione nei suoi occhi… «Però Fernanda Pivano e Giuseppe Marrazzo sono stati i due che mi hanno indicato la strada da percorrere e con cui ho realizzato le cose più belle: mi hanno incoraggiato, sono stati i miei angeli custodi. La Pivano è stata la mia dea bendata. Mi ricordo quando mi telefonò, io non la conoscevo, e mi chiese come fossi riuscito ad aggiudicarmi i diritti di Meno di Zero di Easton Ellis. Le spiegai che avevo vinto un’asta telefonica. “Ma lo sa chi era il suo avversario? Mondadori! Io non ci posso credere che lei abbia battuto Mondadori!” Siamo nel 1986, io allora ero quasi sconosciuto. Questa cosa la colpì talmente che decise di regalarmi una prefazione a Meno di zero, che, per meglio dire, fu una breve storia della letteratura americana di quell’epoca. L’autore scrisse questo libro all’età di 17 anni; ebbe un successo strepitoso, e dal libro fu tratto anche un film.

Joe Marrazzo, invece, lo vidi in un ristorante di Piazza Dante. Io indossavo un jeans e una magliettina, e quando mi avvicinai e gli chiesi “Ma lei è Giovanni Marrazzo?”, lui mi disse “E voi chi siete?!”. Rimase incredulo quando gli dissi che ero un editore, e volle sapere cosa avrei voluto fare con lui. “Voglio pubblicare la vita di Raffaele Cutolo. Mi chiese subito 5 milioni di anticipo. Si vede che in quel momento era la cifra che gli serviva… E allora il giorno dopo gli portai l’assegno, firmammo il contratto e da quel momento iniziò un rapporto di vera amicizia. Dopo due anni, io il libro ancora non lo vedevo, ma alla fine gli dissi che in nome del nostro legame, che mi bastava, dei cinque milioni non mi interessava più niente e del libro non se ne sarebbe parlato più. Punto sull’onore, mi disse “Titò, ti do il libro in un mese”. E così fu. Dopo un mese lo vidi a piazza Dante a consegnarmi il libro, dal quale Tornatore trasse un film con Ben Gazzara, per cui ci diede cinquanta milioni di anticipo. Quando telefonai a Joe per dirglielo, la sua reazione fu “Hai firmato? Firma subito!”».

Ma io so che con Giuseppe Tornatore ci sarebbe un sogno in sospeso… «A lui chiesi di fare un film sulla mia vita: questo è un progetto un po’ ambizioso che ho ma che mi piacerebbe tanto vedere realizzato! La vita di un uomo che da scugnizzo di Via Tribunali è andato avanti ed è arrivato a costruire quello che ho costruito e a conoscere persone inimmaginabili per uno scugnizzo».

Sì che i personaggi con cui si è relazionato sono stati molti, e non solo nel campo dell’editoria. «Un grande amico di cui sono orgoglioso, un punto di riferimento per me, è Achille Bonito Oliva, che ogni volta che viene a Napoli non manca di passare a trovarmi. E poi ho conosciuto Nino Longobardi, Christian Leperino, Armando De Stefano, Giuseppe Morra, e tanti altri, e tutti mi hanno lasciato un loro regalo, tanto che ormai la mia casa editrice è una vera e propria galleria di opere d’arte».

Un po’ provocatoriamente voglio sapere, però, anche il suo più grande rimpianto professionale, l’occasione mancata, il non fatto al momento giusto.

«Avrei voluto pubblicare Umberto Eco, a cui feci una proposta tanti anni fa, in occasione di una colazione insieme. Ma lui, pur dispiacendosi molto, mi disse che era già impegnato. Forse questo è il rimpianto maggiore: Eco, il più grande scrittore italiano».

Ma Tullio è stato anche autore di due romanzi: Libri e cazzotti, che è la prima parte della sua autobiografia, mentre la seconda è Il paradiso al primo piano. Questo paradiso è quello che crea con le donne, con l’amore, con il sesso… «Il giorno in cui compii 18 anni, tanti anni fa, fu la mia prima volta in una casa chiusa; mi ricordo ancora il portiere che mi disse “Guagliò, non hai perso tiempo… non so’ passati manco 5 minuti e già stai qua!”. Tra donne bellissime, ne vidi una, la più bella di tutte… Le donne hanno avuto un’importanza fondamentale per me: non riesco a immaginare una vita senza donne. Adesso sono abbastanza anziano, quindi sono ricordi, ma la donna è quello che c’è al mondo di più importante».

Si definisce abbastanza anziano ma io metterei la firma per raggiungere questa età con la medesima forma di Tullio… in moltissimi sanno che a giugno del 2017 ha compiuto 80 anni! E in quell’occasione organizzò 80VogliadiLibri: una festa in cui donò libri, in piazza, a chiunque volesse approfittarne. «Ne regalerò ancora, col tempo, perché è giusto che chiunque porti almeno un libro a casa, come stimolo alla lettura e quindi alla cultura. Non concepisco una casa senza un libro, perché è una casa con un futuro molto limitato!».

Trattenermi a parlare con Tullio mi fa pensare ad un qualcosa di quasi incredibile, ormai: una casa editrice e una libreria che resistono, nel triste scenario di saracinesche abbassate! «La Regione dovrebbe intervenire per incoraggiare chi lotta come me disperatamente per non chiudere. Abbiamo assistito alla chiusura di Guida, che era il più grande libraio non solo napoletano, ma italiano. Mario Guida era il faro delle librerie in Italia, era unico… Lui aveva tutto, non si faceva mancare un libro e forse proprio questa suo modo appassionato di intendere il lavoro, lo ha portato alla chiusura. Non tollerava di non soddisfare la richiesta di un cliente. Ma non si può avere tutto, anche ciò che non si vende!».

Visti i suoi trascorsi di pugile, mi fa sfizio sapere a chi, metaforicamente, darebbe un cazzotto, oggi. «Ah, ma io ho pubblicato una rivista, che si chiamava Metaphorein! Fu la mia prima opera editoriale, una rivista di filosofia unica, la più letta in Italia. Uscì per 5 anni, quando avevo la libreria a Via Domenico Capitelli, vicino all’Università. Ed è ancora il mio orgoglio!». Un accenno di commozione sacrosanta, visto che Metaphorein fu la più importante rivista filosofica italiana: diretta da Ferruccio Masini, uscita fra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, e che ha annoverato tra i suoi collaboratori Massimo Cacciari, Sergio Givone, Ferruccio Masini, Orazio Gavioli, Romolo Runcini, Arturo Martone, Giulio Raio, Riccardo Dottori, Horst Kunkler, Aldo Gargani, Aldo Venturelli, Antonio Porta, Fabrizia Ramondino. In più, ha avuto il pregio di pubblicare scritti inediti di Heidegger, Lukacs, Musil.

«Comunque, metaforicamente darei un cazzotto a chi ha l’impegno di sostenere la cultura a Napoli e che non mi ha mai dato una mano. Io non ricordo di aver mai ricevuto un contributo della Regione o del Comune. Sì, mi hanno dato una medaglia, che sta in bella mostra in vetrina, ma nulla a livello di aiuti concreti».

Insomma mi sembra che il bilancio con la nostra città non esca pari. «A Napoli ho dato più di quanto abbia ricevuto. Se avessi vissuto a Milano, la storia sarebbe stata diversa, avrei avuto molto più spazio e molti più lettori».

Ma chissà se la boxe gli manca ancora… «No, ho fatto bene a lasciare il ring, altrimenti diventavo suonato, i cazzotti fanno male. Comunque ho fatto 50 combattimenti, sono stato in Nazionale… ma mi sono fermato in tempo. Non ho rimpianti, perché in fondo ho praticato uno sport che mi piaceva… Anzi, per la verità, io non l’avevo proprio scelto… Mio padre era stato uno schermidore e quindi io volevo iscrivermi a scherma. E poi c’era un grande campione olimpico di scherma, molto amico di mio padre, si chiamava Arturo De Vecchi, che quando ci veniva a trovare, mi faceva incantare e appassionare ai suoi racconti. Quando andai in palestra, però, l’istruttore iniziò a dirmi che dovevo comprare la tuta, che costava non mi ricordo quanto, la maschera, che pure costava, insomma ci volevano troppi soldi. A fianco c’era una palestra di pugilato: dovevo comprare solo i pantaloncini e le scarpette. “Ok, faccio pugilato!” Però c’è un’affinità tra la scherma e il pugilato: la tecnica è simile, fatta di parata e stoccata».

Rimarrei a chiacchierare ancora a lungo ma non voglio approfittare… Allora concludo cercando di sapere anche da lui quale sia la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene. «Cosa manca a Napoli? Il lavoro! La prima cosa che mi viene alla mente sono i disoccupati, i sottopagati, gli sfruttati… una paga misera toglie entusiasmo e senza entusiasmo non si cresce

Un abbraccio, un sorriso, una foto… «Ciao, Tullio… A presto!»

 

Luciana Pennino