“La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Dalle sue “notizie biografiche” su facebook leggiamo: Ex pubblicitario, ex architetto, ex libraio, ex barista. Ex. Punto. Questo, a suo dire, è Diego Nuzzo, che incontro con una gioia speciale, visto l’affetto che ci lega…

Attualmente, oltre ad essere Ex. Punto, è, tra le altre cose, ideatore e direttore artistico di una felicissima rassegna teatrale, giunta alla sua sesta edizione, Wunderkammer Teatro, affiancata dalla omonima dedicata alla musica, rigorosamente jazz.

La nuova stagione, che gode del Patrocinio morale dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, si è aperta venerdì 17 Ottobre, con un pubblico di 250 persone circa, presso la Basilica di San Gennaro Extra Moenia, dopo una visita guidata alle Catacombe, realtà mozzafiato della nostra città. Penso che si capisca, quindi, il perché della scelta del nome “wunderkammer”…

…ma ci spieghi qualcosa in più e, giusto per intrigare ulteriormente chi legge, ci accenni alle novità di quest’anno?

Wunderkammer nasce nel 2013 nell’intento di conciliare un’offerta teatrale di qualità con la valorizzazione di luoghi nascosti o poco conosciuti della città. Ci eravamo accorti che si parlava degli appartamenti scintillanti solo quando si citavano metropoli come Milano, Torino o Roma mentre Napoli annovera case di design e residenze nobiliari straordinarie. Poi, progressivamente, ci siamo espansi negli atelier d’artista, nei siti archeologici, nei laboratori di restauro. Quando infine siamo stati invitati a inaugurare la nostra terza edizione nella Cappella Sansevero, abbiamo capito che la città ci aveva riconosciuto. Il senso di Wunderkammer era ormai definito: una camera delle meraviglie, uno scrigno prezioso, un unico luogo magico sia per le sue caratteristiche intrinseche che per quelle estrinseche. Da allora abbiamo cominciato a costruire il nostro personale itinerario attraverso i luoghi da scoprire o da valorizzare sempre tenendo alta la qualità dell’offerta culturale. Le novità di quest’anno sono tante: luoghi inediti come il refettorio del complesso di San Domenico Maggiore o la chiesa di Santa Maria La Nova che ospiteranno due degli eventi di punta della stagione. Infine mi piace ricordare che oltre agli artisti che ormai rappresentano le fondamenta dei nostri appuntamenti, come Rosaria De Cicco, Roberto Azzurro, Paolo Cresta, Antonello Cossia e Ferdinando Maddaloni, ci saranno tante novità come la prima volta con noi di Gea Martire e di Bianca Nappi diretta da Alfonso Postiglione e la chiusura della stagione della musica con una delle più importanti pianiste e compositrici del panorama jazzistico italiano, la romana Stefania Tallini.

Teatro e jazz stanno nel tuo cuore da sempre: ai tempi del Penguin Cafè, che molti di noi definivano il prolungamento del salotto di casa, per l’atmosfera di intimità che ci avvolgeva, avevi già inteso creare un luogo speciale per una Napoli colta. Qualche nome e un ricordo per te particolarmente significativo.

Di nomi ne potrei fare tanti: scrittori, attori, registi, drammaturghi, pittori, fotografi, musicisti. Mi piace ricordare che nel 2007 inaugurammo un ciclo di venticinque incontri dal titolo Conversazioni private in cui chiedevamo a intellettuali di differenti estrazioni di parlare del loro rapporto con il cinema, dato che eravamo uno spazio con un focus molto forte sulla settima arte: il primo fu Erri De Luca e fu anche il più difficile da intervistare. All’inizio era duro, spigoloso, non concedeva molto alla spettacolarizzazione: eppure dopo poco, di fronte alla folla traboccante e alle mie domande, si sciolse e iniziò perfino a essere ironico, divertente e divertito. Fu un ottimo inizio. Poi voglio ricordare Peggy Stern, una delle protagoniste del jazz statunitense, che riuscimmo a intercettare in una sua tournée che faceva con il sassofonista Giulio Martino: io non ero riuscito ad ascoltare il suo concerto perché ero rimasto all’ingresso ad accogliere i tantissimi ospiti della serata. Lei se ne accorse e una volta chiuso il locale rimanemmo soli lei e io: si mise al piano e fece una session solo per me con i miei brani preferiti!

Vivi in una casa dai soffitti alti, tanto da permettere una libreria con la scaletta, come quella delle biblioteche, perché i tuoi libri sono tantissimi, come pure i dischi e i cd e i dvd; e poi una miriade di ricordi dei viaggi, o di oggetti che descrivono la tua anima. Cosa rappresenta, per te, la tua casa?

La casa è sempre quel luogo che ci assomiglia, il nostro ritratto nel bene e nel male. Da architetto ho sempre studiato gli spazi in cui le persone vivono per cercare di capirne la personalità. Case asettiche o banali rispecchiano quasi sempre indoli convenzionali e scialbe mentre case anche non bellissime ma con carattere rivelano nature vivaci e colorate.  La mia è caotica, funziona per accumulazione non solo di oggetti ma di stili, di ispirazioni, di suggestioni, di ricordi. Se vogliamo è un’unica grande wunderkammer personale.

Ci lega anche la Onlus Tesfà Pro H.E.W.O. di Napoli, che, proprio grazie a te, è entrata nella vita di molte persone. Raccontaci, per favore.

Tesfà nacque dieci anni fa dalla tenacia e dalla dedizione di Eugenio Zito che mi coinvolse nell’organizzazione di un’asta/mercatino tra quelle mura. Tutto prese le mosse quando si accorse che in casa c’erano ben undici magnifici vasi da fiori di diversi colori, fogge, materiali, ma che io utilizzavo, per le mie composizioni floreali, sempre lo stesso contenitore. “C’è troppa roba in questa casa, perché non te ne liberi? Potremmo adottare un bambino a distanza con il ricavato di tutte queste cianfrusaglie!”. E così fu, poi tanti amici aggiunsero oggetti improbabili e improponibili e l’adozione a distanza di un bambino si è tramutata in questo decennio nell’adozione di un progetto ambizioso: contribuire alla costruzione di un centro per i diritti dell’infanzia e della maternità nel Tigray etiope.

Del 1995 è “I silenzi abitati delle case” (Loffredo Editore). Del 2014 è “Come se non fosse successo niente” (Rogiosi Editore). Poi altri libri di cui sei stato coautore. Che spazio ha ancora la scrittura nella tua vita?

La scrittura o è quotidiana o diventa un violon d’Ingres che lascia il tempo che trova. Io scrivo tutti i giorni: il problema è che sono uno scrittore allo stesso modo in cui sono lettore. Leggo anche dieci libri contemporaneamente: ho sempre un volume in borsa, sei o sette sul comodino, uno sul tavolino dello studio, uno perfino in bagno a seconda degli stati animo. Ci sono delle volte in cui ho l’energia per immergermi nelle cinquecento pagine di un romanzo fluviale, delle volte in cui centellino un paragrafo di un saggio sulla musica barocca, altre volte in cui ho disperato bisogno di sprofondare nelle lepide atmosfere di Wodehouse. Allo stesso modo scrivo: nei cassetti ci sono migliaia di pagine di romanzi iniziati e mai portati a termine, di racconti da rifinire, di pièce teatrali da rivedere.

Per le tante persone che conosci, per i moltissimi libri che hai letto, o film e spettacoli che hai visto, e luoghi che hai visitato, dico sempre che non sembra mai che tu abbia solo… 52 anni! Cosa ti piace di più di quello che hai già vissuto e cosa non vedi l’ora di realizzare nella tua sfera personale?

Quello che mi convince di più è che sono stato dato per morto (socialmente parlando…) tante volte. E altrettante mi sono reinventato un’esistenza sempre diversa. Per cui posso solo dire di non vedere l’ora di mettere in pratica il mio nuovo fallimento: ci sarà da divertirsi.

E cosa, invece, vorresti realizzare per Napoli?

Mi piacerebbe realizzare un festival del libro organizzato in maniera professionale e non improvvisato in modo cialtronesco. Mi piacerebbe mettere in rete tutte le eccellenze culturali presenti in città che siano in grado di aiutarsi vicendevolmente e non di invidiare ognuno il lavoro e i successi dell’altro. Mi basterebbe questo. Che è già molto.

Sei anche membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Alessandro Scarlatti. Ci parli di questa importante realtà musicale napoletana?

La Scarlatti compie l’anno prossimo cento anni: fatele gli auguri! È la più antica istituzione musicale privata del meridione e una delle più gloriose del paese, per la quale hanno suonato negli anni praticamente tutti i più grandi solisti, complessi, direttori del mondo. Oltre a una stagione regolare di concerti e a tanti appuntamenti nei luoghi più rappresentativi della città, ci occupiamo di musica nelle scuole e per le scuole, di valorizzazione degli organi storici della Campania, di incontri con gli autori aperti al pubblico. Purtroppo in un territorio che ha visto sparire inesorabilmente tutti i suoi gangli produttivi, sono spariti anche i mecenati che hanno garantito a una associazione così illustre di brillare. Ma stiamo lavorando per avvicinare le nuove generazioni verso una musica che è sempre nuova e sempre diversa.

Lo sai che ti aspetta la domanda che in conclusione rivolgo a tutti. E allora qual è, secondo te, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio o bene?

Mi piacerebbe che fosse una città più scandinava nella cura e nell’attenzione restando mediterranea nell’anima. Vorrei che fosse una città dove scegliere di andare a vivere e non un luogo da cui desiderare di scappare. Vorrei che fosse una città di cui andare sempre fiero a testa alta e non di cui doversi sempre giustificare. Vorrei che tornasse a essere una capitale europea per le tante emergenze culturali, artistiche, musicali, teatrali e letterarie. E vorrei che gli artisti che qui creano, che da questa terra sono ispirati, non debbano cercare altrove editori, impresari, strutture per poter emergere. Vorrei che la fantasia e la creatività potessero trovare infrastrutture funzionanti, ben gestite e ben amministrate per poter incanalare tutte queste energie. Siamo tutti un po’ stanchi del mito della pizza, del mandolino, del Vesuvio e dell’improvvisazione.

 

Luciana Pennino

 

Foto in evidenza di Giancarlo de Luca