Ho incontrato Ilaria Palomba, lo scorso venerdì 26 ottobre, all’Officina di Enza Alfano, presso la libreria Iocisto.

Ilaria è una creatura delicata, di bellezza classica e senza tempo. Ha portato il suo libro, Disturbi di luminosità (Gaffi, 2018), ed è stato immediatamente chiaro che si era davanti a una artista autentica che con la sua stessa presenza costringe a riflettere su cosa sia l’arte e quanto costi un atto creativo.

Ilaria ha un curriculum professionale di tutto rispetto: ha scritto tanto, ha avuto premi importanti e riconoscimenti prestigiosi nonostante la giovane età, viene tradotta fuori dall’Italia. Tutto questo si può dire di tanti autori, ciclostilati, prodotti in serie. Ilaria non è così. Ilaria è una persona completamente diversa dal noto, una di quelle persone che fanno arte nella loro carne e con il loro sangue. Forse perché è una performer, una che non solo si esprime artisticamente ma che, per farlo, inventa una nuova forma di espressione.

Leggere il suo libro è una esperienza esaltante. Ogni rigo penetra nell’anima, quasi eludendo il logos, come se la mente si facesse da parte per dare spazio a un sentire che è proprio “comprendere” nel suo significato etimologico di prendere insieme, abbracciare. E l’azione dell’abbracciare è quella che verrebbe spontanea di attuare nei confronti della protagonista di questa autofiction (sarebbe autobiografia romanzata, se usassimo di più l’italiano).

Il racconto relativamente breve (120 pagine) e intensissimo si snoda attraverso molteplici ambientazioni: Roma, Bari, Dublino, i luoghi del Salento, ma la localizzazione rimane sempre accidentale. I personaggi non hanno nome e forse nemmeno consistenza, forse sono tutti alter ego della protagonista anche se il ruolo ufficiale di alter ego è affidato a Lei, una sorta di gemella cattiva a cui tocca ogni lavoro sporco.

Il messaggio del romanzo è potente e raggiunge in pieno l’obiettivo nonostante la reciproca indifferenza tra luoghi e fatti, nonostante una studiata elementarità degli snodi narrativi e della costruzione dei personaggi: la protagonista/voce narrante, Lei, Lui, l’Oracolo, il Narcisista, la madre, il padre; elencati in ordine di evanescenza.

Il romanzo che è prosa e poesia, che è finzione e autobiografia, realtà e sogno, parla essenzialmente di due cose che forse sono la medesima: la solitudine e la follia, più precisamente la solitudine della follia.

Si assiste inermi a un racconto che scivola sulla scorza raziocinante del lettore lasciandola indenne e semina altrove l’inenarrabile. Ci si accorge di aver capito tutto anche se le cose non sono state spiegate. È un romanzo costruito sul potere empatico. Si procede sgomenti seguendo i passi della protagonista che non riesce a sentire se stessa e il proprio corpo mentre fa avvertire al lettore ogni sensazione descritta. Lo stupro, la violenza, l’autolesionismo, i rituali sadomasochistici. Non sapiamo se fanno più male le lame che si fa penetrare nelle vene o l’interessamento asettico, quasi convenzionale del padre e della madre; se nel gioco del “fammi male” colui che provoca il dolore sia in effetti l’abusato; se Lei sia la parte malefica o piuttosto quella salvifica, razionale, capace di ricomporre il puzzle di una mente smembrata alla ricerca di sensazioni corporali forti per ricostruirsi.

Questa prima persona singolare, che ha bisogno di essere compresa, abbracciata accolta, e che viene invece penetrata, abusata; che si lascia fare qualsiasi cosa, che riesce a chiedere una frustata ma è incapace di chiedere e forse di ricevere una carezza, è il ritratto dolente di un femminile incapace di adattarsi alle regole della cosiddetta normalità.

Ma c’è molto di più: la follia viene raccontata non solo come libertà ma anche come orifizio da cui entrare e uscire, come vagina che espelle e accoglie ma sempre dolorosamente.

Il personaggio/io narrante è una borderline.

Borderline è una parola ambigua, trascina con sé un implicito che andrebbe invece evidenziato e discusso: esiste davvero un bordo, un luogo da cui transitare per dirsi “sano” o “malato”? Un confine che individui da una parte la splendida e ambita normalità – non ambita dalla protagonista né tanto meno da Lei si intenda bene – ; dall’altro la splendida libertà della follia, dove la resa ai fantasmi della mente è finalmente riposo e consegna di se stessi ad altri, che se ne occupino loro.

Invece non accade nulla a una borderline. La borderline resta a cavalcioni, nuda sul bordo doloroso che le lacera le viscere come la piramide delle torture medioevali che dava la morte agli omosessuali e alle streghe.

Il resto non può che essere libera associazione o delirio.

Meglio concludere qui.

Dopo aver sostato tra le pagine di Ilaria, un luogo dove il logos è così liberamente interpretato, non è facile tornare a usare le parole e la sintassi in modo convenzionale.

La lettura di questo romanzo è un’esperienza a se stante.