Già, pare proprio che esistesse un tempo quell’incubo di tutti i bambini, quella “minaccia” che i nostri genitori (solo quelli di una volta?) ci rivolgevano magari per farci andare a letto presto, magari per farci smettere di piangere, magari perché facevamo troppi capricci.
“Fà ‘o bravo ca faccio venì ‘o mammone”… E chi se lo scorda!
Il mammone (da non confondersi col tipo sempre attaccato alle vesti di mammà…) è citato nelle fiabe di Giambattista Basile e Vittorio Imbriani ed “è” un gigantesco gatto dall’aspetto terrificante.
In verità esisteva un signor Mammone, di nome Gaetano, non sicuramente una brava personcina…
Era un sanguinario brigante al quale il Cuoco ed il Croce nei loro scritti attribuivano le peggiori nefandezze, tra le quali quella di dare qualche morso e mangiare i suoi nemici…
All’anagrafe Gaetano Coletta, nato a Sora il 27 marzo 1756, su questo personaggio fin da giovanissimo fioccarono leggende popolari ispirate dalla sua sanguinaria attività di capobrigante.
Di famiglia abbastanza agiata presto incominciò a mostrare il suo carattere violento ed aveva manifestato fin da piccolo una spiccata predilezione per il sangue umano.
All’epoca, erano frequentemente praticati i salassi che si era convinti scacciassero ogni malattia e del Mammone si diceva che questi era abituato a bere quel sangue…
Il passaggio al brigantaggio avvenne presto, prima con una rivolta a Sora contro i francesi poi prendendo contatto con gli ambienti borbonici. Fu nominato fiduciario per la zona di Sora da Fra Diavolo (Michele Pezza).
Iniziò, allora, la metodica eliminazione di tutti i sospetti giacobini attraverso fucilazioni di massa. I detenuti più “fortunati” erano invece ammucchiati nei sotterranei sovraffollati, senza prese d’aria e ripieni di escrementi, in un vecchio edificio che da allora fu chiamato “la torre di Mammone” (quest’edificio fu poi demolito alla fine dell’Ottocento per creare un viale lungo il fiume Liri).
Carlo De Nicola lo descrisse nel suo famoso “Diario”: “…avendo il carceriere detto a Mammone che le carceri erano anguste per tanti arrestati che vi erano, egli a sangue freddo gli impose di scannarne trenta affinché si sfollassero. Diede una tavola e fece trovare per ogni coverto una testa di fresco recisa e di una, premuto il sangue nel vino, se lo bevette”.
Leggenda? Esagerazione? Chissà…
Anche Alexandre Dumas padre lo cita in un suo romanzo ed ugualmente narra episodi raccapriccianti con protagonista il Mammone.
Chiude la fila degli accusatori Vincenzo Cuoco, in “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”: “In due mesi di comando, in poca estensione di paese, ha fatto fucilar trecentocinquanta infelici; è un mostro orribile, di cui difficilmente si trova l’eguale. Non si parla de’ saccheggi, delle violenze, degl’incendi; Il suo desiderio di sangue umano era tale, che si beveva tutto quello che usciva dagl’infelici che faceva scannare”.
Testimonianze di parte poiché Il Cuoco è stato l’anima della Repubblica napoletana del 1799 ed il Mammone invece un braccio armato borbonico sotto le file dei Sanfedisti del Cardinale Ruffo?

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Di certo, anche Benedetto Croce lo descrive così: “Il terribile Gaetano Mammone, il più efferato tra i capi realisti del 1799 (quel tale che soleva adornare le mense dei suoi banchetti, in cambio di fiori, di teste recise e sanguinanti di giacobini) morì in Napoli, nel 1802, nelle carceri della Vicaria, sotto l’accusa di aver tramato coi giacobini un’insurrezione contro il re” (La Rivoluzione Napoletana del 1799).
Non ci si meravigli di questa fine, cioè ucciso dai borboni che lo avevano in precedenza prezzolato.
Mammone assieme ai suoi due fratelli, comandava una banda di oltre 500 briganti, fu protagonista di centinaia di eccidi, anche contro comuni cittadini e filo borbonici stessi, lo stesso cardinale Ruffo se ne lamentò in più occasioni, ma la sua opera era utile contro i francesi. Finita la Repubblica Giacobina, Mammone continuò nelle azioni di brigantaggio, che ne decretarono la messa al bando ed una spietata caccia, anche perché era un personaggio ingombrante, utile alla reazione del Ruffo con le sue sanguinarie gesta ma poi ingestibile dopo il rientro del Borbone.
Questa fine però non è certificata. Sulla fine di Mammone ci sono discordanze storiche, chi sostiene che si lasciò morire con uno sciopero della fame per protestare contro il tradimento di Re Ferdinando IV di Napoli, chi invece che fu condannato a morte e giustiziato a Napoli nei primi giorni del gennaio 1802.
L’unica cosa certa che ci rimane è che il Mammone esiste, o meglio esisteva. E davvero c’era da averne paura.

di Carlo Fedele