I battenti, o anche detti fujénti, nella tradizione pasquale

di Carlo Fedele

Corrono, piangono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Lì, al cospetto della “Mamma dell’Arco” finisce il pellegrinaggio che porta ogni anno, il lunedì di Pasqua, una moltitudine di devoti scalzi a percorrere un antico itinerario da ogni dove fino al santuario di Sant’Anastasia. Sono i “fujenti”(letteralmente coloro che vanno, italianizzazione del napoletano), detti anche “battenti”, i devoti della Vergine dal volto ferito: forse la più antica fra le Madonne che sanguinano.

La Pasquetta dei fujenti, questo fiume di gente vestita completamente di bianco con una fascia trasversale azzurra, è tra le feste religiose più suggestive del sud Italia.

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Sacrificandosi alla Madonna, camminano a piedi nudi e nelle immediate vicinanze di un’edicola votiva proseguono in ginocchio o carponi.

I battenti si suddividono in due gruppi:

Fujènti, coloro che si recano in pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco portando stendardi di notevoli dimensioni, e i Battenti, quelli che durante la settimana santa e in particolare il venerdì santo, si percuotono il corpo con l’ausilio di flagelli di sughero chiodati ma anche per l’azione del battere costantemente i piedi a terra in modo ritmato e cadenzato.

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Questo evento è unico per fede e folklore, la cui tradizione è trasmessa di padre in figlio da oltre 500 anni. Nel quattrocento sorgeva un’edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma nel territorio del comune di Sant’Anastasia nella contrada chiamata “Arco” per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Da qui la “Madonna dell’Arco”.

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Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su qull’immagine l’attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine.

Nelle vicinanze dell’edicola si giocava a palla-maglio (colpire una palla di legno con un maglio) e il vincitore sarebbe stato colui che faceva andare più lontano la propria palla.

Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi un altro tirò il suo con più energia ed abilità tanto da assaporare già la vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all’edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sè dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell’ira, bestemmiando la scagliò contro l’effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli spettatori ebbero un grido di orrore. Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato e, gridando al miracolo ma anche a fare giustizia, diedero addosso al reo, che, se non fosse giunto a tempo a liberarlo dalle loro mani il comandante la compagnia contro i banditi se la sarebbe vista brutta.

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Ma c’è anche un diverso epilogo della vicenda, a quanto si raccontava a quei tempi…

Ci fu un processo contro il giovane bestemmiatore, che fu condannato all’impiccagione. La sentenza fu subito eseguita e il giovane fu impiccato al tiglio vicino all’edicola, che, però due ore dopo ancora con il corpo penzolante, rinsecchì sotto lo sguardo della folla sbigottita.

Si sparse quindi intorno la fama dell’accaduto e a centinaia accorsero i fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. Nacque così il culto per questa Madonna che ben presto si estese a tutti i paesi vicini, culto ancora oggi rispettato.

I battenti, o i fujénti, sono associati in “paranze” con sedi, presidenti, tesorieri, portabandiera, e soci. Ogni associazione organizza una squadra di fujenti, appunto la paranza (parola derivata dal gergo marinaro, perché la squadra di devoti ricorda la disposizione in mare delle barche uscite per la “pesca di paranza”).

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A partire dalla festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e per tutto il periodo che precede il lunedì in Albis, va in giro a fare ‘a cerca, in altre parole la questua, per portare un’offerta al Santuario.

La “cerca” si chiude il mattino della Domenica di Pasqua, con l’uscita della bandiera dell’associazione, che accompagnata dalla banda musicale e dai dirigenti girano casa per casa del Borgo alla ricerca di ultime, più sostanziose offerte alla Madonna, mentre ad ogni angolo di strada altri questuanti raccolgono le ultime offerte dei passanti. E il giorno dopo, Lunedì in Albis la grande festa inizia alle prime luci dell’alba.

Il portabandiera rende omaggio al quadro della madonna nella cappella votiva. I battenti portano, in segno di penitenza simbolica, un “tosello”, detto anche “trono”, cioè un manufatto di legno o di ferro riproducente nei minimi particolari un edificio sacro, di solito il Santuario della Madonna, e di peso non indifferente.

Queste associazioni sono aperte tutto l’anno e sono spesso luogo di ritrovo per giovani ed anziani.

A molti miracoli e molte grazie è legata la devozione alla Vergine Maria dell’Arco; ne fanno fede le migliaia di ex voto.

Tante le testimonianze di grazie ricevute per intercessione della Beata Vergine Maria, ma anche di fenomeni straordinari persino certificati. Uno di questi episodi è il miracolo della pietra spezzata. Quando fu costruito il tempietto attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov’è dipinta l’immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c’era pericolo che da un momento all’altro tutto l’intonaco dov’era dipinta l’immagine andasse in briciole. Un architetto, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde terra. Questa, a ricordo, fu esposta in chiesa, ma per salvarla dai fedeli che ne prendevano delle schegge per devozione, fu collocata in alto in uno dei pilastri del santuario, dove ancora si può vedere. Era la notte del 15 febbraio 1621. Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell’alzare gli occhi verso la miracolosa immagine notarono qualche cosa d’insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini e i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le donne asserivano. Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati e atterriti insieme. La folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa.

Quando vi fu l’eruzione del Vesuvio tra la fine del 1631 e l’inizio dell’anno seguente furono ospitate e curate migliaia di persone finché non terminò il pericolo. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell’eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell’eruzione. A ricordo di tal evento fu posta, dietro l’edicola della sacra immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d’oro. Durante la peste del 1656, che colpì la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il santuario fu luogo di ricovero e di cura. In quest’occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l’olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l’immagine della Vergine, tanti parlarono di guarigione dalla peste ottenuta invocando con fede la Madonna. Un altro prodigio, che andò narrato per la sua eccezionalità, accadde al tramonto del 25 marzo 1675. Un religioso del convento piamente pregava dinanzi all’altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l’immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d’oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ritenendo che fosse un’allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l’invitò a guardare l’immagine. Questi, colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle e corse a chiamare il priore. Accompagnato da altri due frati all’altare della Vergine, il superiore constatò il miracolo.

Gli ex voto sono un’altra testimonianza della religiosità popolare, di cui costituiscono il pa­trimonio più interessante. Il santuario ne conserva circa ottomila. Essi sono anzitutto una viva testimonianza di fede. Il più antico ex voto è del 1491, ma la serie prosegue ininterrotta fino ai nostri giorni e solo del 1500 se ne conservano circa 700.

 di Carlo Fedele

 

 

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