Una gran festa per salutare il Graal al Maschio Angioino con il segreto rivelato del “Libro di luce” 

Inizia al solstizio d’Estate, per circa una settimana all’anno. E’ il segreto del “Libro di luce” al Maschio Angioino: il sole entra dal finestrone più grande, dal lato del cortile a ovest, nella sala dei Baroni, mostrando come un raggio solare compie sulla parete opposta un arco di cerchio, un fenomeno unico. Nell’arco di un paio d’ore la luce si trasforma in un quadrato e poi in quella che sembra essere la sagoma di un “libro aperto”, forse il libro della conoscenza, un’immagine più volte riproposta nel castello. E’ il 21 di giugno del 2016, ore 17:30, quando l’Associazione I.V.I. (Itinerari Video Interattivi) con Salvatore Forte, Francesco Afro de Falco e Annalisa Direttore fa notare che tale fenomeno viene riprodotto anche in alcune opere, quadri e monete del passato, come nel dipinto in cui è raffigurato proprio Alfonso V D’Aragona. Da qui si approfondiscono le ricerche e gli studi iniziati un anno prima, e incomincia un’iniziativa coraggiosa.

Dopo l’enorme successo registrato alla prima volta nella storia lo scorso weekend, venerdì 30 giugno 2017 (inizio alle ore 17:30) si aprono al pubblico i portoni di Castel Nuovo, detto Maschio Angioino, per mostrare live il “Libro di luce“, seguendo il fenomeno del sole e rievocando la storia di Alfonso V d’Aragona. Un tour rievocativo, partendo da un’altra misteriosa immagine che compare nel portale d’ingresso del castello e nei ritratti di Alfonso: un libro aperto, colpito dai raggi del sole. Qual è il suo significato? “Esotericamente il libro aperto può rappresentare la conoscenza rivelata”, spiega Forte. “Non può essere un caso, quindi, il fenomeno del sole nell’antica sala del trono”. Sarà consentito scattare foto solo dai cellulari: sui social si possono utilizzare i due hashtag #ilgraalalmaschioangioino #librodiluce. Per partecipare all’evento (posti limitati), il costo è di 10 euro ed è necessario prenotare al numero 3273239843.

La storia: il Graal e il “libro di luce” al Maschio Angioino.

C’è chi ha inseguito il Graal tra fortezze in rovina nel Sud della Francia, chi lo ha associato a re Artù, chi lo ha identificato con una preziosa coppa appartenuta a una nobildonna spagnola. Tutti stregati dal mitico Graal: per la tradizione più popolare è il calice usato da Gesù nell’Ultima Cena, per altri racconti una pietra caduta dal cielo e, in altre diverse versioni , un oggetto dai poteri miracolosi, capace di dispensare potere e vita eterna. Ma le tracce del leggendario Graal portano a Napoli: al Maschio Angioino, in cui sono stati identificati complessi simboli, legati alla mitica coppa, e un misterioso “libro di luce” che appare su una parete della antica sala dei Baroni. Un vero e proprio messaggio cifratolasciato da un sovrano spagnolo, arrivato in Italia da conquistatore nel XV secolo, convinto di essere il legittimo possessore del Graal: è Alfonso V di Aragona, conquistatore di Napoli nel 1442, il protagonista di questa storia. Il re avrebbe deciso di dedicare al Graal il Castelnuovo: la fortezza – voluta nel Duecento da Carlo I d’Angiò – che ricostruì dopo la conquista della città. Nel castello, lo studioso di simbologia ed esoterismo Salvatore Forte ha identificato diversi elementi che richiamerebbero il legame particolare del mitico calice con il sovrano spagnolo, ossia una serie di simboli legati al calice: un trono in fiamme, una giara-coppa e un libro disegnato dalla luce del sole in quella che era la sala del trono di re Alfonso, fenomeno che nessuno aveva finora descritto.

“Re Alfonso era un uomo di cultura, amante dei classici e dei poemi cavallereschi, conosceva la leggenda del Graal nella versione del Lancillotto in prosa, un ciclo di romanzi in francese antico, scritti da autori anonimi nel XIII secolo. Vi si raccontava che Galahad, figlio di Lancillotto, fosse l’unico cavaliere così puro da poter occupare, senza esserne ucciso, il “seggio periglioso”, il tredicesimo trono della Tavola Rotonda di re Artù, destinato al solo degno di ritrovare la sacra coppa. Cosa che in effetti, secondo la leggenda, riuscì a fare – sostiene Forte – così come il sovrano spagnolo. Alfonso si sentiva un novello Galahad: volle quindi ricreare nella fortezza partenopea una simbolica analogia fra il cavaliere e se stesso, celebrando il diritto di governare il Regno di Napoli come Galahad aveva acquistato il diritto di sedersi sulla tredicesima sedia alla corte di re Artù”.

E infatti il “seggio periglioso”, rappresentato come un trono con al centro una fiamma, è raffigurato nelle insegne del sovrano, sulle volte, sui pavimenti e nell’arco trionfale all’ingresso del Maschio Angioino. A Napoli, Alfonso indossò anche un’armatura decorata con tale simbolo-talismano. Senza contare che alla base del Balcone del Trionfo, da cui il sovrano si affacciava sul cortile del castello, è scolpita una giara, l’emblema dell’Ordine della Giara, fondato dal padre di Alfonso, Ferdinando “il Giusto”: era sì una delle onorificenze più importanti del regno, ma anche una coppa. Quella che Salvatore Forte, insieme a de Falco e Direttore, ipotizza potesse rappresentare appunto il Graal.

“Ora possiamo completare il significato esoterico del castello napoletano – racconta Forte – attraverso la prova del Libro fiammeggiante, che gli rivela le leggi dell’universo, il re può sedersi sul “seggio periglioso” ed essere il cavaliere del Graal. Adesso, che ha conquistato la coppa, è degno di affacciarsi al Balcone del Trionfo (quello con sotto la giara), la cui forma di mezzo esagono ricorda il sigillo di Salomone: la stella a sei punte, formata da due triangoli intrecciati che rappresenta l’equilibrio tra materia e spirito. E dal quale il novello Galahad può riversare sapienza e forza nel mondo”.