Sono pochi coloro che non conoscono Artemisia Gentileschi, pittrice romana nota oltre che per le sue doti artistiche, anche  per la tragica vicenda che la vide protagonista di uno stupro. In pieno Seicento la fanciulla  ebbe il coraggio di denunciare il proprio carnefice, Agostino Tassi, anch’egli pittore nella bottega di Orazio Gentileschi, padre di Artemisia nonché tra i maggiori interpreti  del caravaggismo romano.

Nei suoi vari spostamenti, Artemisia soggiornò anche a Napoli influenzando con il suo stile l’ambiente artistico locale; in particolare instaurò un rapporto professionale di stima reciproca con Massimo Stanzione.

Proprio nella bottega di Massimo Stanzione si formò la meno nota pittrice napoletana Diana De Rosa appellata anche come Annella di Massimo in riferimento al famoso maestro.

Diana era la sorella maggiore di Pacecco De Rosa (prolifico pittore del Seicento napoletano) e secondo De Dominici era cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, come modella”.

In effetti Diana  e le sue sorelle, Lucrezia e Maria Grazia, furono soprannominate le ” tre Grazie Napoletane”.

Annella di Massimo, giovane promettente e dalle rare capacità pittoriche, si distinse ben presto agli occhi dello Stanzione divenendone l’allieva prediletta.

In realtà i primi rudimenti nell’arte del colore, la fanciulla li aveva ricevuti in famiglia: sua madre aveva sposato in seconde nozze Filippo Vitale anche egli pittore locale gravitante inizialmente nell’orbita dei pittori caravaggeschi.

Successivamente avendo Annella ormai l’età da marito, nella cerchia degli allievi di Stanzione,  le fu scelto come sposo Agostino Beltrano, tra i  due se non ci fu un connubio d’amore, sicuramente si instaurò uno stimolante legame professionale

Diana De Rosa andò sempre più perfezionando il proprio stile, migliorando la tecnica grazie anche al generoso maestro che non solo  le consentiva di copiare i suoi bozzetti, ma anche a mettere mano su alcuni dipinti da lui poi ultimati.

Grazie al riconosciuto talento, la nostra Artemisia napoletana riuscì a conquistarsi il mercato locale realizzando diverse tele per ricchi committenti. Forse non soddisfatta a restare relegata nei salotti delle ricche dimore private, riuscì ad ottenere, sempre grazie all’influente maestro, la commissione di  due dipinti per la Chiesa della Pietà dei Turchini.

 

 

 

 

 

 

Sicuramente impegnò tutta se stessa per tale impresa pubblica che rappresentava farsi apprezzare dalla potente committenza ecclesiastica.

Alle due tele con la Nascita e la Morte della Vergine seguirono altre per importanti edifici di culto: Chiesa di Monteoliveto e Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone.

Certo è che in un’ epoca in cui il successo professionale era appannaggio dei soli uomini e in cui le rivalità e invidie tra gli artisti spesso passavano dalle minacce ai fatti, la fortuna di Annella suscitò non poche gelosie e dicerie. Circolò voce che molte opere da lei eseguite non fossero di sua mano ma dei vari pittori appartenenti al suo nucleo familiare e dello stesso Stanzione.

Tutt’oggi la storiografia artistica non si è ancora pronunziata definitivamente riguardo all’autenticità di alcuni suoi dipinti.

A colorar ancor più di rosa, a rendere romanzesca la vita di Annella di Massimo, contribuì il noto biografo Bernardo De Dominici, famoso anche per concedersi spesso qualche licenza di troppo.

Lo scrittore settecentesco ci riferisce che tra i tanti nemici, Annella aveva anche una serva a suo servizio che andò a spifferare di aver trovato in atteggiamento “affettuoso”, l’ormai anziano Massimo Stanzione e la sua ventinovenne allieva.

La scandalosa  notizia in breve tempo arrivò all’orecchio di Agostino Beltrano che, accecato dall’ira e dalla gelosia, si recò dalla moglie e sguainata una spada, spietatamente le trafisse il seno lasciandola morta in una pozza di sangue. L’omicidio restò impunito in quanto l’uomo fuggì in Francia ritornando solo molti anni dopo in città.

Recentemente a chiarire il mistero di questa tragica uccisione, è stato il ritrovamento dell’Atto di morte della donna, nel quale si legge che la pittrice morì il 7 Dicembre 1643 dopo una vita di successi professionali che le consentirono di lasciare in dote ai figli una cospicua somma di denaro.

Nonostante tale ritrovamento,  c’è ancora chi dà credito a una passata storiografia artistica che ha visto in Diana De Rosa, l’Artemisia napoletana, colei che ancor più della nota pittrice romana, è stata vittima di un femminicidio, di un delitto d’onore.

Annamaria Pucino