Per la fabbrica del lazzaretto furono stanziati 4.800 ducati e l’opera fu portata a termine in due anni, dal 1626 al 1628. Perciò, nel 1628, gli Eletti lasciarono il fitto di alcune grotte e camere di proprietà del monastero di Santa Maria delle Grazie, situate a Posillipo, dove venivano dirottate le navi per essere ispezionate dai Deputati della salute e, se trovate infette, per essere “purgate”. Ingegnere dei lavori fu Alessandro Ciminiello e «mastro fabbricatore» Giovan Battista Ferraro. Dal 1624, inoltre, si era istituito un cordone sanitario e molti medici, soldati e marinai, oltre ad una nutrita schiera di impiegati, erano stati assunti alle dipendenze della Deputazione della salute per vigilare sull’applicazione del cordone. Nel1630 lo stato di pericolo continuava a persistere, anche se, per effetto delle suddette misure precauzionali, si era evitato che il morbo apparisse a Napoli.
Misure immediate, invece, non furono adottate nel 1656, anzi si tentò, in un primo momento, di nascondere l’apparizione del morbo, mentre c’era chi propagava la notizia che erano stati gli spagnuoli a diffondere la peste in città, per punire i napoletani della sommossa del 1647. Il conte Castrillo, allora viceré di Napoli, non voleva riconoscere la peste, poiché in tal modo avrebbe dovuto sospendere gli aiuti militari ai suoi compatrioti, impegnati a Milano contro i Francesi. La rivoluzione del 1647 aveva, poi, danneggiato non poco l’economia del Regno, che solo allora andava riprendendosi, come risulta anche dalla circolazione dei banchi pubblici napoletani, aumentata da 1.631.485 ducati del 1649 ai 4.022.074 ducati del 1655. La notizia della peste avrebbe certamente provocato nuove difficoltà economiche. È improbabile, del resto, che le autorità non avessero compreso la gravità del momento, se già nel mese di marzo gli Eletti della città disposero di riattare i “purgaturi” di Nisida e Chiuppino, che, però, non furono utilizzati per la bisogna, perché troppo lontani e quindi difficilmente raggiungibili in breve tempo. È quasi certo, comunque, che non ci si rese bene conto della gravità e delle conseguenze della pestilenza.
Grave colpa dell’autorità fu quella di permettere che da gennaio a maggio ci fosse un enorme esodo da Napoli verso le province.
Andrea Rubino rileva che almeno la terza parte della popolazione era fuggita, contribuendo, in tal modo, a diffondere la peste in ogni terra del Regno. Un collegio di medici, nominato dal Viceré, non trovò di meglio che far bruciare tutti i «baccalà » e le « sarache », quali veicoli della terribile malattia. La città scarseggiava di tutto perché, temendosi tumulti, ogni cosa era stata incettata ed anche ciò preoccupava non poco gli Eletti. Essi, che già da tempo avevano chiesto al Viceré il permesso di eleggere una deputazione particolare, tornarono a richiederla, aiutati in questo anche dal nunzio apostolico, Giulio Spinola. Il governo aveva proibito la riunione delle piazze a causa della rivolta del 1647 e della venuta della flotta francese, per cui era impossibile formare una deputazione che prendesse provvedimenti necessari per frenare il morbo. Ma, finalmente, nell’ultima decade di maggio, l’epidemia fu ufficialmente riconosciuta e si elesse una Deputazione della salute che subito si mise al lavoro. Fu istituito un cordone sanitario, con la proibizione per chiunque di entrare ed uscire dalla città senza bollettini di sanità firmati dai Deputati della salute. Fu utilizzato come lazzaretto l’ospedale di San Gennaro ubicato nelle vicinanze della chiesa della Sanità e, perciò, accessibile facilmente da ogni quartiere. Inoltre, esso aveva nelle vicinanze
grandi caverne dove potevano essere seppelliti i morti. Governatore dell’ospedale con poteri straordinari fu Filippo De Dura; si ristrutturarono alla buona i vecchi ambienti e fu assunto nuovo personale per assistere gli ammalati. «Spenditori» furono Raimo Bello,
Tellurio Sparano, Giovan Battista Iovene, Giuseppe Galdiero e lo stesso De Dura, che si successero a mano a mano che cambiavano incarico o decedevano.

peste
Somme considerevoli furono spese per comprare medicinali; aceto e verderame per disinfettare tutto ciò che si toccava; tela per far vestiti, cappucci e lenzuola; sedie per trasportare gli infermi; tavolette per poggiarvi il cibo; letti e materassi; calce per coprire i morti. Al lazzaretto furono assegnati medici, barbieri ed ecclesiastici, continuamente sostituiti per il loro decesso. Si dettarono disposizioni molto drastiche per il buon andamento del lazzaretto, comminando la pena capitale per i trasgressori. Si ordinò anche di tenere un registro per annotarvi gli ammalati che entravano, quelli che uscivano ed i decessi. Queste norme, però, difficilmente erano rispettate e solo quando i Cappuccini entrarono nel lazzaretto a portare il proprio aiuto, fu possibile ottenere un poco d’ordine. Si rinforzò il servizio delle feluche per la sorveglianza della costa, mentre a terra squadre di soldati facevano la guardia ai vari accessi alla città ed al porto e controllavano il seppellimento dei cadaveri, per evitare che fossero lasciati per le strade.
Il 30 maggio venne emanato un bando della Deputazione della salute con il quale si ordinava che ognuna delle 29 ottime eleggesse un proprio deputato che, con il capitano dell’ottima, visitasse continuamente le abitazioni del quartiere, alla ricerca di ammalati. Questi ultimi, dopo la visita del medico, dovevano allontanarsi dalla propria abitazione, che veniva chiusa con un catenaccio e segnata con una croce bianca, dopo aver bruciato ogni cosa appartenuta ai contagiati.
Con lo stesso bando furono precettati medici, chirurghi e barbieri e venne ordinato che i cani fossero trattenuti in casa dai padroni; a distanza di 24 ore dall’emanazione del bando si sarebbero uccisi tutti i cani trovati nelle strade. Si vietava anche il ricovero di ammalati nel lazzaretto senza fede del medico o del deputato dell’ottima. Un altro bando del 12 giugno, richiamandosi al precedente, ribadiva le disposizioni sui cani, anzi metteva una taglia sul loro collo e annunziava,
inoltre, che tutti i maiali trovati per le strade della città sarebbero stati presi e venduti, compresi quelli appartenenti all’abbazia di S. Antonio Abate “.

Fonte: Archivio Storico del Banco di Napoli.

di Carlo Fedele

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