L’ombra minacciosa della peste si manifestò su Napoli nel 1656 solo qualche giorno dopo l’entrata del nuovo anno. Giuseppe de Blasiis, che pubblicò un manoscritto datato 20 giugno 1656 (il cui ignoto autore fu partecipe della grave sciagura), riferisce che il morbo fu portato a Napoli da alcuni soldati spagnoli, provenienti dalla Sardegna. Uno di loro fu ricoverato nell’ospedale dell’Annunziata, dove gli venne diagnosticata la peste dal medico Giuseppe Bozzimo. Quest’ultimo diede subito l’allarme, ma fu messo a tacere ed imprigionato perché, a parere del Viceré, aveva diffuso notizie false. Intanto l’ammalato ed alcune persone, che erano state a lui vicine, morirono accusando gli stessi sintomi del male.
La peste che colpì Napoli è stata oggetto di numerosi studi. Tutte le fonti del passato, i manoscritti, gli atti della Deputazione della salute (ndr: una specie di assessorato alla sanità dei giorni nostri), i quadri che illustrano scene dell’immane tragedia, hanno fornito agli studiosi abbondante materiale d’indagine. Nessuno, però, si era finora giovato dell’inestimabile documentazione delle scritture degli antichi banchi pubblici napoletani, conservate presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli. Il fondo di uno di questi banchi, contiene la registrazione del conto di « dare ed avere » della Deputazione della salute.
«Tra le Deputazioni ordinarie e stabili dipendenti dal Tribunale di San Lorenzo vi era ancora quella della peste, che era esercitata da due sole Piazze, cioè dal Seggio di Porto e dalla Piazza del Popolo. Il loro ufficio consisteva nel riconoscere in tempo di peste o sospetto di essa le fedi di sanità (ndr: attestati di buona salute) di qualsivoglia nave che venisse di fuori regno o da altri luoghi sospetti: e conoscendovi alcun dubbio, si mandava la nave a far la purga di 40 giorni nel luogo solito, sulla costa occidentale di Posillipo, detto Chiuppino.
Questi due Deputati, che erano stipendiati della Città, facevano anche i bollettini e le fedi di sanità di quelle navi che partivano da Napoli. Questa deputazione durò in tal guisa fin al 1656, allorché per quella terribile peste che invase la città ed il regno essa divenne Deputazione separata e si chiamò Tribunale della Generale Salute».
Ad ogni cliente del banco si accendeva un conto nel “libro maggiore”. È stato così possibile ricostruire le operazioni effettuate dai Deputati e, grazie soprattutto alla causale dei pagamenti, si è giunti a chiarire meglio fatti e figure del triste periodo.
Prima di entrare direttamente in argomento ci sembra, però, indispensabile accennare alla situazione demografica e sociale della Capitale. La popolazione di Napoli fra il 1600 ed il 1656 cresce da 270.000 a 450.000 abitanti, compresi i casali. La grande metropoli esercita un fascino notevole specialmente sui contadini che si allontanano dalla campagna, per sfuggire alle insidie dei briganti ed all’oppressivo regime feudale. Essi giungono a Napoli con la speranza di trovare lavoro e sistemazione sicura presso la Corte, presso gli uffici, presso qualche artigiano o presso qualche famiglia nobile. Il porto, inoltre, costituisce altra fonte di lavoro per il gran numero di navi che vi giungono.
Alla crescita demografica non fa riscontro uno sviluppo edilizio adeguato, sicché, a metà del secolo XVII, la città si addensa ancora entro le mura tracciate dal viceré Pedro di Toledo. Uno spazio sufficiente a contenere 100 mila persone ne accoglie ora un numero quadruplicato, e la città subisce delle trasformazioni. I palazzi, una volta di uno o due piani, si appesantiscono di brutte soprelevazioni e l’antica larghezza stradale appare angusta. La strada è divenuta un vicolo; ai piani più bassi la luce non arriva e le abitazioni sono molto umide. In questi grossi caseggiati, alla metà del secolo XVII, vivono circa 350.000 persone in condizioni igieniche e sanitarie assai precarie. Accanto a questi edifici, con stridente contrasto, se ne profilano degli altri ampi, soleggiati, con giardini e chiostri, appartenenti alle classi privilegiate. Questi complessi e, specialmente, le “insule conventuali” occupano buona parte del suolo cittadino. Dall’inizio del secolo XVII, nobili ed ecclesiastici profittano di privilegi e sgravi fiscali e non sottostanno alle prammatiche che proibiscono nuove costruzioni. Di ciò si lagnano i privati che, preoccupati del continuo espandersi delle “fabbriche” dei religiosi, chiedono al re di Spagna, invano e a più riprese tra il 1605 ed il 1644, di poter costruire liberamente dentro e fuori le mura. Gli ecclesiastici ed i nobili, invece, ingrandiscono i propri edifici, escono dalle mura e costruiscono grossi complessi fuori città. Le chiese di Santa Maria in Portico, San Giuseppe a Pontecorvo, Santa Maria di Caravaggio, San Domenico Soriano, Santa Maria degli Angeli alle Croci, Santa Maria della Verità, il palazzo Donn’Anna e le ville che sorgono in campagna ne sono la prova.
Questi edifici nascono senza un piano prestabilito e saranno i primi nuclei del disordine urbanistico napoletano. Nel tessuto cittadino non trascurabile era l’area destinata agli ospedali. Nel secolo XVII, la città di Napoli ne contava cinque principali: gl’Incurabili, Sant’Eligio, i Pellegrini, San Giacomo e l’Annunziata, sorti tutti a lato di importanti istituzioni pie, con proprie leggi e prerogative. L’ospedale degl’Incurabili, fondato nel 1519, si trovava sulla collina di Sant’Agnello a Caponapoli e riceveva ogni specie di ammalati incurabili, compresi quelli di mente ed i tignosi. L’ospedale di Sant’Eligio, fondato nel 1270, era in piazza del Mercato e si occupava dell’assistenza agli infermi poveri, specialmente stranieri. L’ospedale della Trinità dei Pellegrini, sorto nel 1579, era situato presso il luogo detto del “Biancormangiare”, inseguito denominato Pignasecca, e ospitava i vagabondi ammalati.
L’ospedale di San Giacomo sorse nel secolo XVI per assistere gli spagnuoli poveri ed era contiguo all’omonima chiesa nei pressi di viaToledo. L’ospedale dell’Annunziata, sito presso il quartiere della Duchesca, fondato nel secolo XIV, accoglieva ammalati particolarmente gravi. Questi ospedali si trovavano in origine in spazi ampi e salubri, lontani dalle zone più densamente abitate. Con il passare degli anni, però, furono risucchiati nel centro cittadino e rinchiusi tra enormi fabbricati.
Essi, pertanto, non erano più idonei a svolgere il proprio compito e sopravvivevano grazie alle loro colossali amministrazioni che godevano di grande credito nell’economia cittadina. Nel 1789, come afferma il Galanti, gli ospedali di San Giacomo, degli Incurabili e di Sant’Eligio disponevano di 442 posti letto e, con gli altri due ospedali e con le case di cura private della Pace, di Sant’Angelo a Nido e della Pazienza Cesarea, non raggiungevano forse i mille posti letto. Possiamo ipotizzare, quindi, che a metà del secolo XVII la disponibilità di ricovero fosse molto limitata.
Sembra davvero inspiegabile che il governo vicereale non avesse provveduto con tempestività ad emanare bandi per fronteggiare il morbo incipiente, specialmente se si pensa che pochi decenni prima erano state adottate misure straordinarie per prevenire un evento simile a quello del ’56. Nel 1619, infatti, gli Eletti della città di Napoli avevano deciso di far costruire un lazzaretto sull’isolotto di Chiuppino, situato nelle prossimità dell’isola di Nisida. La costruzione era stata dettata dalla necessità di avere a disposizione luoghi più ampi ed attrezzati, perché il Mediterraneo era minacciato dalla peste. Il morbo aveva attaccato la Francia e in Italia risultavano contagiate Salerno e la Sicilia.

2peste

Fine prima parte, domani sempre alle 19.00 la seconda parte

Fonte: Archivio Storico del Banco di Napoli.

di Carlo Fedele